Fuga dall’Inter, la maledizione del fuoriclasse

La felicità può essere semplice ma non è mai normale. Supermario Balotelli l’altra sera si è messo la maglia del Milan e si è voltato verso lo specchio per vedere se gli donava. Per scherzo dice Mino Raiola, per scherzo dice Leonardo. La società lo vorrebbe come da contratto, in suo potere, innamorato pazzo, ma buono buono. Lui invece è anarchia adolescenziale, la vanità di restare se stesso, uno a cui non è mai piaciuto stare al proprio posto, specie se quel posto non ha vie di fuga. Balotelli con la maglia del Milan fa ridere, ma anche incazzare. Come i gestacci di Ibra alla curva. Fuoco amico: «Se non mi danno via spacco tutto». L’hanno dato via. A Barcellona è buono buono, come da contratto. E innamorato pazzo.
La vocazione antica alla disgrazia e l’arte di farsi del male abitano ad Appiano Gentile anche adesso che la squadra non perde più e ha l’ansia, premiata a ogni stagione, di arrivare sempre davanti. Perché da una decina d’anni comanda una strana legge che stabilisce, chissà perché, la separazione delle carriere tra l’Inter e i fuoriclasse assoluti, i diversi per eccellenza, quelli che fanno partita a sé, poco utili alla manovra ma capaci di capovolgere i giochi, che vanno a cercare apposta le difficoltà per risolverle, che quando indovini quello che stanno per fare fanno l’opposto. Il Fenomeno, l’Imperatore, Ibracadabra e adesso Supermario: tutto sa di già visto, di già previsto, i Migliori, gli Unici, limitati dalle circostanze, cioè le folle adoranti, i contratti miliardari, le vittorie a manetta, e d'un tratto tentati dall'infinito, favole all'incontrario dove alla fine è il buono che perde. Pur di fuggire fingono di essere peggiori di quello che sono, sbattono porte, si rendono odiosi, a costo di restare soli, di restare isolati, perché la terra dei più forti non è promessa per i fuoriclasse, ma un posto dove i beati sono tutti dannati, dove si può venir ripudiati anche perché insopportabili scassapalle.
È andata così per Ronaldo. Lo trattano come un re, appena può torna libero dopo anni di cattività, si libera dai rimorsi e se ne va, fa un atto di salute ma non di giustizia. Dopo le lacrime del cinque maggio regala al Brasile il quinto mondiale, torna deciso ad andare via, quando il popolo invoca il Messia per la vendetta come Napoli aspettava Maradona dopo il mondiale argentino. Invece scappa nella notte come un ladro: «Dovevo lasciare l’Inter a tutti i costi: ora nella mia vita c’è il sole e la felicità». Vince Intercontinentale e Pallone d'Oro. Dice che l’Italia non gli piace. Torna a Milano. Con il Milan. L’Inter cambia ossessione e si ritrova lo stesso incubo. Ronaldo e Adriano sono diversi, diversissimi. Ma anche l’Imperatore ha nemici invisibili, paure segrete. Risolve le partite da solo, rende semplice ciò che è impossibile, ma è triste e negativo: «Tutti hanno diritto ad essere felici e io in Italia ero infelice. Non ho niente contro l’Inter, è solo che non mi piace vivere in Italia». Pure lui. A Roma dicono che tornerà. Ibra dell’Inter è stato la svolta della Storia, con lui niente è stato più come prima. «Ti abbiamo amato, ma non l’hai saputo rispettare - gli hanno scritto su uno striscione - Adesso che baci una nuova maglia sei tu che ce lo devi suc...». Pare che l’Inter voglia Messi. Uno felice, semplice. E mai normale.

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