Garibaldi e le festicciole con le suore

Carissimo Granzotto, sono un terrone e forse anche un brigante di antica famiglia di piccola nobiltà borbonica, col palazzotto in paese e qualche ettaro che un tempo, messo a tabacco, rendeva qualche lira e che oggi rende tasse. Poco male perché ho quel tanto di moneta che mi basta per vivere dignitosamente e quel tanto di decoro da meritarmi il «don»: sono dunque don Gaetano o meglio don Tanuccio (il cognome non lo pubblichi: noi non amiamo la pubblicità). Appassionato studioso di storia patria, vivo giorni esaltanti per la pubblicistica in occasione dei 150 anni dell’Italia unita e mi compiaccio con lei per le sue noterelle gustose su fatti e misfatti del Risorgimento. Qualche giorno fa ella raccontava di Garibaldi in Sicilia e dall’esposizione dei fatti si capisce che padroneggia la materia, non trascurando la piccola storia. A questo proposito ricordo d’aver letto diverso tempo fa di certe marachelle dell’Eroe dei due Mondi in un convento di Palermo. Nulla che possa intaccare la fama, la grandezza e l’eroismo di Garibaldi. Fatterelli, pettegolezzi se vogliamo, però molto le sarei grato se ella volesse ricordarlo.

Ancora? Don Tanuccio mio, lei vuole mettermi nei guai. Per molti lettori ho già passato il limite e lei non può immaginare quant’io tenga ai miei lettori. In effetti a Palermo l’eroe si intrattenne per un certo tempo con delle suorine e la cosa strana, semmai, è che lo facesse un noto mangiapreti (e dunque anche mangiasuore). Tante se ne sono dette su quelle visite al convento, caro don Tanuccio, ma non sarò certo io a riferirne. Nossignore. Proprio per venirle incontro, attingerò alla testimonianza di Alberto Mario, il patriota e scrittore che, stando sempre alle costole di Garibaldi, alle costole gli fu anche durante l’intermezzo conventuale. Legga qua: «La sua figura leggendaria (si parla dell’Eroe, ovvio) aveva accesa la fantasia delle monache palermitane, le quali ne diventarono santamente innamorate. Ogni giorno comparivano alla residenza del Generale copiosi doni di canditi, di cotognate, di buccellati, di bocche di dama, adorni di filigrane, di nastri ricamati e d’ogni qualità di minuti lavori monacali. Una letterina pia, ed anche uno zinzíno erotica, accompagnava il dono. Eccone una: “A Te, Giuseppe, eroe e cavaliere come san Giorgio, bello e dolce come un serafino. Ricordati delle monache che t’amano teneramente”». Badi, don Tanuccio, che Mario giudica quei pizzini solo «uno zinzino» erotici: quindi non si faccia delle cattive idee. Ma proseguiamo: «Una mattina visitammo il convento fuori di Porta Nuova. Le monache prepararono una colazione coi fiocchi. La paziente industria del chiostro, nella più svariata confezione di dolci, brillò sulla ricca mensa. Castelli di zucchero, torri, tempietti, cupole di zucchero, e nel centro la statua di Garibaldi di zucchero. All’eccezione d’alquante attempatelle e di qualche rara vecchia, le monache erano giovani e di famiglie nobili. Ci attendevano nel refettorio, ove fummo condotti dalla badessa, che ricevette il dittatore al vestibolo del monastero. Entrato questi nel refettorio, le tosate vergini gli si affollarono intorno ansiose e commosse. La fisonomia sorridente e soave del glorioso capitano e i modi compiti del gentiluomo, le ebbero immediatamente affidate. Una, nel calore dell’entusiasmo, gli prese la mano per baciargliela; egli la ritrasse, ed ella, abbracciandolo vivamente, gli depose quel bacio sulla bocca. La coraggiosa trovò imitatrici le compagne giovinette, indi le più mature, e finalmente anche la badessa, a tutta prima scandalizzata. Noi si stava a guardare!». Questa, caro Tanuccio, è la versione ufficiale, autorizzata e legittima, dell’affaire. E a quella ci si deve attenere, punto e basta. Solo roba spontanea, innocente, altro che marachelle (però, vispe quelle suorine...)

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