Chi ce l'ha fatta e chi ha solo sperato in un miracolo

(...) Su questa lingua di cemento affollata da giornalisti, cameramen, fotografi e furgoni da tutta Italia per le dirette tv, dove Federico Potenza, figlio dell'operatore radio piloti che ieri notte era nella torre a vigilare sulle manovre in porto, torna per la seconda volta. Affannato, confuso, stordito. «Sono andato lì in ospedale, ma mio padre non c'era - dice trafelato eppure con una gentilezza ammirevole ai cronisti -. Appena avrò notizie, penso che si saprà». Ed accade esattamente così. Sono le due del pomeriggio quando le agenzie di stampa battono il lancio con l'identificazione della sesta vittima. È lui, suo padre: Maurizio Potenza, 50 anni. Il mondo gli crolla addosso e quella speranza che aveva cullato fino a poco fa gli si sbriciola tra le mani. «Non doveva nemmeno essere lì - aveva detto di mattina alle telecamere -. Aveva cambiato il turno con un collega. Io ero fuori l'altra notte, quando sono tornato a casa mia madre stava guardando su internet l'incidente. Allora ho provato a chiamarlo, al cellulare, ma non rispondeva. Così sono venuto al molo e mi hanno detto che era di turno». La notte insonne e in attesa, l'alba e poi una pausa di venti minuti a casa, giusto per riposarsi un poco e poi di nuovo in porto. La telefonata della speranza, l'abbraccio con la sorella, i sorrisi e le lacrime di gioia davanti ai flash, la ricerca disperata in tutti gli ospedali della città. E poi la verità: dura, fredda, cattiva, impietosa.
Quella di Bruno Prinz invece è l'altra metà della storia di Maurizio Potenza. La metà a lieto fine, se mai ce ne fosse uno in questa giornata nera per la Superba. Dipendente della torre piloti anche lui, telefonista per l'esattezza, due occhi carichi di sofferenza, lacrime e dolore. È venuto qui per vedere e sapere dei suoi colleghi che l'altra notte stavano lavorando in quella scatola maledetta. «Sono un miracolato», racconta con pazienza a ciascuno dei giornalisti che gli chiede della sua incredibile storia. Perché lui l'altra notte doveva essere qui, soltanto per un cambio turno, non è rimasto sepolto dalle macerie ed è ancora vivo.
«Alle 13 Maurizio mi chiama e mi chiede se potevamo cambiare il turno e fare quello dalle venti alle 4 e trenta del mattino, perché doveva parlare con un pilota - spiega Bruno -. Per me andava bene. Torno a casa e con mia moglie sento un boato terribile. Pensavamo fosse un terremoto, poi abbiamo visto internet e abbiamo visto al tragedia». Una vita in navigazione, Bruno Prinz non si capacita di come possa essere accaduto un incidente del genere. Le manovre in mare sono sempre imprevedibili, è vero. Il porto è piccolo, dice, perché ci sono i dragaggi, ma la gente che porta quelle navi ha esperienza pluriennale. E in tanti anni che lui lavora lì, non ha mai avuto la sensazione di pericolo. «Da lassù c'è una bella vista, bel mare. Nessuno si può spiegare una cosa del genere - dice -. È stata una fatalità. Per fortuna non sono stato io a chiedere il cambio di turno con Maurizio». Altrimenti non si sarebbe mai perdonato una cosa del genere, e quel peso se lo sarebbe portato per tutta la vita sul cuore. Bruno conosceva bene anche Michele Robazza, il pilota di 45 anni, di Livorno, morto anche lui nell'impatto della porta container e ritrovano nel vano ascensore. «Lo chiamavamo “Mike” e lui mi chiamava “Bravo” - racconta ancora Prinz -. Doveva darmi dei limoni, l'ho sentito alle 19.10 e gli ho detto che passavo in porto a prenderli e lui scherzando mi ha risposto che era a Roma, a vedere il Papa». Era un ragazzo allegro, Michele. Gli piaceva scherzare sempre. Ora sul molo c'è ancora parcheggiata la sua macchina: sul retro gli adesivi con i nomi dei due figli e una macchinina di carta all'interno che penzola dallo specchietto retrovisore. Bruno mostra le chiavi della torre alle telecamere, l'unica cosa che gli è rimasta in mano di quella costruzione di cemento e vetro alta cinquanta metri e finita in mare. «Penso sia stata un'avaria - continua Bruno -, un errore è proprio difficile. La nave è uscita a marcia indietro e ha preso la torre. Ad ogni modo, è incredibile. Incredibile per me che lavoravo lì». E che ora è ancora vivo. Giulia Guerri

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