Donatella Alfonso e le storie viste dalla parte delle combattentiil volume

«Ci chiamavano Libertà - Partigiane e resistenti in Liguria 1943-45» di Donatella Alfonso (De Ferrari), che ha padroneggiato una materia a più voci, facendone un'epopea unica, fa capire le diverse motivazioni delle partigiane. La loro «Libertà» ha avuto mille nomi come in una poesia di Paul Éluard: «Sui miei quaderni di scolaro/ sui miei banchi e sugli alberi/ sulla sabbia e sulla neve/ io scrivo il tuo nome/ Su tutte le pagine lette/ su tutte le pagine bianche/ pietra sangue carta cenere/ io scrivo il tuo nome».Penso a Vanda Bianchi, staffetta tra Sarzana e Val di Magra, il cui padre socialista vendeva l'Avanti, non aveva la tessera del fascio e non le pagò mai la divisa da piccola italiana. Gliela pagava la sua maestra Claudia per non farla finire nei guai. Delle armi, che portava ai partigiani nascondendole in una fascina, dice: «Sarò stata incosciente e cretina ma i fascisti lo erano di più. Non è mai venuto loro in mente che è senza senso portare una fascina verso il bosco dove la legna si va a prendere?».
Penso a Carla Ferro di Portovenere che ora scrive commedie. Per lei adolescente la guerra aveva significato essere sfollati e tanta fame. Teneva sotto il letto castagne che raccoglievano nei boschi e di notte le mangiava crude. Con alcuni compagni si mise a distribuire volantini per Fricco, il contatto con i partigiani. Grazie a un tesserino da lui fornito con scritto che suo fratello faceva parte della Todt (organizzazione degli italiani che lavoravano per i tedeschi), riuscì a farlo smontare dal treno che lo avrebbe portato in campo di concentramento.
Amalia-Lydia Lalli, figlia di Oscar, esponente socialista apuano, era una partigiana colta che lasciò gli studi di ingegneria a Pisa per diventare combattente in una brigata Garibaldi. Alla vigilia della Liberazione attraversava il Magra presso Aulla ma un cecchino la uccide, a 23 anni.
Liana Millu, deportata ad Auschwitz-Birkenau, nel '47 di Se questo è un uomo di Primo Levi esordisce con Il fumo di Birkenau, poi pubblicherà I ponti di Schwerin. Millu, maestra elementare, una volta mi disse con la sua bella voce intensa, che per imparare andava anche «là dove non capiva» Paola Garelli nella rassegna di partigiane figura nel capitolo «Scritto col sangue». Bellissima, come appare in foto, faceva la parrucchiera a Savona. Fucilata a 28 anni, prima scrive alla sua bimba: «Ti chiedo una cosa sola: studia, io ti proteggerò dal cielo». Da tutte queste storie emergono motivazioni diverse; quanto ai numeri il libro li riporta dall'Anpi: 35mila partigiane combattenti, 20mila patriote (funzioni di supporto), 70mila inquadrate nei Gdd (gruppi di difesa della donna a Milano dal novembre '43). «Numeri bugiardi» secondo l'autrice per la scarsità di dati, per il fatto che salire «ai monti» con i partigiani era contro le norme della morale comune e sulla propria militanza molte finirono per tacere. Ai dati ne sono da aggiungere due: 623 le partigiane cadute o fucilate; sull'Appennino ligure-piemontese nel '44 in sei mesi 262 i casi di stupro ad opera dei «mongoli» (disertori dell'Asia sovietica arruolati dai tedeschi). Nel libro, due coordinate. La prima: la povertà crescente fu la spinta contro il regime, specie quando nell'Appennino ligure il fascismo bloccò l'emigrazione di massa, facendo mancare le rimesse degli emigranti. La seconda: la delusione del dopo. Ancora parole di Vanda Bianchi: «Mio figlio non ha mai preso il gettone da assessore perché gli ho insegnato così. Mi ha dato noia sapere gli stipendi dei sindaci, dei politici. E anche in parlamento per prender soldi votano tutti». Dice Carla Ferro: «Esisteva la questione morale, ma oggi? Sento parlare di gente che ruba e, iscritta al Pci, poi Pds, Ds, Pd, ora vorrei lasciare». Non manca qualche fesseria: nella prefazione Lidia Menapace, invitata a parlare nel '95 in Tv per Rai 2 insieme a fascisti dei Cinquanta giorni d'Alba, minaccia d'andarsene se questi non «faranno solo tappezzeria». A mio parere, la solita intolleranza contro una memoria condivisa. Altra fesseria: a Genova nel novembre '44 fa freddo, manca legna per scaldare le case e le donne armate di seghe iniziano a segare gli alberi di viale Benedetto XV a San Martino, poi a Teglia, poi nelle ville di Sampierdarena. E Cicerone del De Senectute? Lodava chi pianta alberi che non vedrà ma che saranno bene comune di figli e nipoti. Ogni bene comune è da rispettare!

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