L'uomo che uccise la moglie e fece 12 giorni di carcere

L'uomo che uccise la moglie e fece 12 giorni di carcere

L'avventura noir e romanzesca di Alberto Olivo, lo «squartatore della moglie», sembra essere svanita nel tempo nonostante l'originalità del personaggio.
Il Centro Studi Criminalistica propone un interessante viaggio nell'affaire Olivo, che - venuto a galla dalle acque del porto di Genova - sembra più un giallo uscito dalla penna di un romanziere, che una storia realmente accaduta. È stato caso mediatico (ha diviso l'opinione pubblica tra indignazione e simpatia), caso scientifico (ha appassionato gli uomini di scienza per la discordia dei pareri, tanto che il Lombroso ne ha fatto un suo cavallo di battaglia) e caso giudiziario (ha destato viva risonanza, nel mondo dell'amministrazione della giustizia, per gli insoliti provvedimenti originati). Ecco cosa accadde.
Il 17 maggio 1903, a Milano, dall'appartamento dei coniugi Olivo, al civico 25 di piazza Macello (mai nome fu così premonitore), i vicini sentono provenire un forte tonfo, come di un corpo che cade, subito seguito da un grido soffocato di donna. Nei giorni seguenti i coinquilini notano l'improvvisa e prolungata assenza della signora. Che strano! Sembra la trama d'un capolavoro di Hitchcock di molti anni dopo: «La finestra sul cortile». Il signor Olivo va dicendo che dopo l'ultima lite la moglie si è trasferita a Biella da una sorella e, come sempre, si reca puntuale in ufficio. Alla Richard-Ginori, famosa ditta di ceramiche dove lavora come contabile, nessun collega osserverà in lui niente di anormale.
Il 23 maggio la portinaia vede Alberto Olivo uscire di casa con una valigia. Si offre di portargliela sino al tram, ma è costretta a rinunciarvi per il peso eccessivo; chiama quindi due ragazzi, che lo aiutano a trasportare il bagaglio. A quei ragazzi, però, l'Olivo non vuole dare che la miseria di 10 centesimi per il loro servizio, così mentre si allontana in tram gli gridano dietro che è un tirchio. Lo sanno tutti, d'altronde, che quell'ometto quarantasettenne col mento aguzzo e il naso aquilino - capelli a spazzola folti e ispidi, fronte spaziosa e sporgente, occhi piccoli con occhiaie profonde - è un taccagno.
Anche il suo matrimonio non si cementa su romantiche affinità elettive, ma è dettato dal solo fine del risparmio. Ernesta Beccaro (donna piccina, castana, dalla figura infantile e piacente) è una mantenuta che lui ha sposato a Milano, nel 1896, accettando i vergognosi doni del vecchio protettore della donna, un ragioniere con una gran gobba. Ernestina, di origini piemontesi, è una serva senza un briciolo d'educazione e d'istruzione; oltre ad essere analfabeta, è donna facile al vituperio e al turpiloquio, e leggera non solo di corporatura: curata in passato per malattie veneree, dimostra poca scrupolosità coniugale. Per il marito poi non ha alcun rispetto, ne parla male, dice che è un tiranno e in pubblico lo svillaneggia con apostrofi come vigliacco, schifoso e mezzano. Questi, nativo di Udine dove si è diplomato all'Istituto Tecnico, ha diciott'anni in più, ma la differenza tra loro non è solo una questione anagrafica. Colletto duro e altissimo, castani baffoni alla Bismarck e lessico ben curati, il signor Olivo dedica il tempo libero alle occupazioni intellettuali: studi letterari, traduzioni poetiche dal tedesco, ricerche scientifiche.
Ben capiamo dunque come due nature tanto opposte diventino col passar del tempo nemiche sempre più inconciliabili.
Il 25 maggio tutti i giornali pubblicano una notizia agghiacciante: la sera prima, dalle acque del porto di Genova, è stato ripescato un involto contenente pezzi umani. La perizia medico legale sul cadavere - o, per l'esattezza, su ciò che ne resta - viene eseguita dal professor Ferraj. Il terribile crimine è avvenuto con grande violenza (osso mascellare rotto, costole fratturate) e chi ha smembrato il corpo ha usato un coltello a mo' di scalpello, premendo con le due mani sul manico! Letta la notizia, gli inquilini di piazza Macello 25 drizzano le antenne. Due dei vicini comunicano il sospetto alla Questura di Milano: già il 26 maggio, dopo rapidissime indagini, il signor Olivo è in una cella del sesto raggio di San Vittore.
L'uomo vuota subito il sacco. Il giallo è risolto in un batter di ciglia. Ecco la sua versione: la sera del 16 maggio, come accadeva spesso, è stato provocato e offeso dalla moglie, la quale è arrivata a minacciarlo con un coltello da cucina. Sedata la lite e andati a letto, verso le due di notte, lui si è svegliato in preda a malessere e ha pregato l'Ernestina di una bibita calda. Al che la coniuge gli ha risposto con una raffica di oltraggi e ad un certo punto, quando ha sentito vituperato il nome di sua madre, lui non c'ha più visto. È l'ultimo atto.Per quattro notti ha dormito nell'attiguo salotto finché, dal 21 maggio in poi, per cancellare le tracce del misfatto e salvarsi, ha squartato col coltello il cadavere, vuotato le cavità toracica ed addominale, spolpato le ossa e sminuzzato i visceri, che ha fatto scendere a pezzi nella latrina insieme alle carni tagliate, ad ossa di minor volume (clavicole, rotule e frammenti di costole) ed a biancheria insanguinata. Il 23 ha riposto i pezzi nella valigia facendone dei pacchi ravvolti in tela e corda e, per impedire che il cattivo odore lo tradisse durante il viaggio progettato, li ha cosparsi di cloro e naftalina. Poi, mantenendo sangue freddo e calma indifferenza, ha preso il tram a Milano dopo essersi fatto portare il bagaglio dai due ragazzi, mèta prefissata Genova. Ma non è partito subito, ha pernottato in una locanda a Milano allo scopo di viaggiare - ancora per risparmiare sulla spesa - col treno omnibus, che partiva la mattina per tempo. In tale locanda, poiché il cameriere ha fatto caso alla pesantezza della valigia, l'Olivo, che aveva dato un nome falso, si è seccato. Anche a Genova non ha mancato di farsi ricordare per la sua spilorceria: per poco non picchiava il vetturino, che lo ha portato ad un albergo vicino al porto, questionando per pochi centesimi di differenza sulla corsa. Ed ecco arrivati allo scopo del viaggio: l'avventore coi baffoni si fa portare in giro per il porto, da un barcaiolo, per due ore e mezza. È calmo, forse solo un po' pallido. Poi, d'un tratto, un tonfo nell'acqua. «Cos'avete buttato in mare, signore?» «Niente, niente. È roba per la quale non voglio pagar dazio». Giunti a riva paga 5 lire al barcaiolo per il noleggio e se ne va. La sera stessa, 24 maggio, ritorna a Milano con la valigia vuota. Giudici, psichiatri ed avvocati cercano di capire cos'abbia spinto quell'incensurato impiegato al delitto: premeditazione od accesso d'ira? Il dibattimento si svolge davanti alla Corte d'Assise di Milano nel maggio e giugno del 1904. Il folto pubblico osserva nella gabbia un personaggio che sembra uscito dall'atlante criminale, mentre l'interrogatorio dell'imputato assume i toni d'una macabra farsa. Olivo narra, con la solita minuziosa esasperante prolissità, tutta la sua vita ed il suo crimine; poi, quando precisa che per sezionare il cadavere ha dovuto portarlo in braccio dalla camera da letto alla cucina, il Presidente ha un'istintiva smorfia di repulsione e mormora: «Come avete potuto?» «Mia moglie era piccola e poco pesante» ribatte lui cinico, continuando a descrivere con calma tutte le manipolazioni successive. E, infine, quando la Parte Civile chiede: «Avete pianto dopo il delitto?», Olivo: «No. Se ci fossero state persone presenti avrei mostrato il mio dolore. Ma piangere da solo, a cosa sarebbe servito?». La maggioranza dei giurati ritiene che, nel sopprimere la vittima, Olivo fosse pienamente capace d'intendere e di volere, ma non è convinta che abbia avuto la precisa intenzione di ucciderla (e non, magari, soltanto quella di ferirla), così si giunge a un verdetto paradossale: in virtù delle attenuanti la Corte non può condannare l'uxoricida e squartatore che a soli 12 giorni di detenzione, pena peraltro già assorbita dal carcere preventivo, tanto che - lui, reo confesso! - viene messo subito in libertà.
La sentenza suscita un vespaio di polemiche sui giornali (opinionisti, scienziati di gran fama, uomini politici e magistrati) e proteste di cittadini comuni. Il pubblico del processo e certa stampa parteggiano per la pazzia dell'imputato, mentre i giuristi e l'uomo della strada restano indignati e chiedono che quel mostro egoista e sordido sia sbattuto in galera. Finalmente, per acquietare gli animi, il Procuratore Generale di Milano ricorre in Cassazione contro la sentenza dell'Assise. La Suprema Corte annulla il verdetto, ed ecco che l'uomo torna a San Vittore.
Il processo viene rifatto alle Assise di Bergamo con un nuovo colpo di scena: viene escluso a maggioranza che l'imputato abbia commesso il fatto. È un voto di protesta contro la sentenza di Cassazione. I giurati si sono rifiutati di giudicare nuovamente un imputato che, dopo il verdetto di Milano, aveva acquistato pieno diritto alla libertà. Se l'aberrazione dell'Assise di Milano era stata enorme, l'anarchismo legale della Cassazione per rimediare allo scandalo fu più enorme ancora.
Così, anziché varcare la soglia di un manicomio criminale per curarsi (come il Lombroso si augurava), lo squartatore se ne può tornare e dà alle stampe le sue memorie. La singolarità del personaggio spicca anche in questo: l'autore friulano viene ad essere il pioniere, nella storia moderna del crimine, di altri celebri criminali-scrittori italiani come Angelo Izzo (The Mob - La banda dei pariolini).

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