Giuliano Tavaroli: quando con Dalla Chiesa davo la caccia ai Br

«Arte e ideologia», il ciclo di incontri dedicato alle vittime e carnefici degli anni di piombo, organizzato da Stefano Zurlo del Giornale alla Wannabee Gallery (via Thaon de Revel 3), è partito da una domanda: è possibile una riconciliazione di sentimenti tra due opposte visioni del mondo, da una parte lo Stato e dall’altra il terrorismo, rosso o nero che sia? Hanno tentato di rispondere Mario Ferrandi, condannato per l’omicidio dell’agente Antonino Custra nel maggio 1977, che si è confrontato – forse per la prima volta, dopo trent’anni – con Alberto Torregiani, su una sedia a rotelle dal giorno del conflitto a fuoco in cui i terroristi dei Proletari Armati per il Comunismo (del gruppo di Ferrandi) uccisero davanti ai suoi occhi il padre gioielliere. Ci hanno riprovato Alfredo Mantica (lunedì 21), sottosegretario di Stato per gli affari esteri, e Maurice Bignami, ex leader di Prima Linea, attraverso un’analisi lucida e puntuale di quegli anni: gli anni delle logge massoniche, della collusione tra mafia, politica e finanza, di una Milano da guerriglia urbana dove vittime e carnefici si dividevano il peso della lotta in nome di un’ideologia. Ne riparleranno stasera, ore 21.30 nell’incontro «Strategie contro il terrorismo», Giuliano Tavaroli, ex membro delle squadre antiterrorismo del generale Dalla Chiesa, e Aldo Giannuli, studioso di trame eversive e scopritore nel 1996 degli «archivi di via Appia»: documenti non catalogati dell’Ufficio Affari Riservati del ministero dell’Interno.
La serata, che chiude il ciclo di incontri sugli anni di piombo, rientra nel progetto «Ideologica», la mostra personale di Mimmo di Marzio allestita alla Wannabee Gallery fino al 3 ottobre (ingresso libero dalle ore 11 alle 20), i cui dipinti di segno espressionista si ispirano a figure e topoi del terrorismo rosso e nero, del fanatismo religioso, dei totalitarismi. A destra come a sinistra, né vincitori né vinti: hanno tutti subito le conseguenze disastrose del conflitto e del fallimento umano, quando si elegge l’ideologia e non la libertà come sovrana. Da un lato i bambini-caporali in camicia nera e dal volto adulto, automi dell’odio e dell’intolleranza, dall’altro un gruppo di soldatini cinesi, maoisti, ingabbiati nelle divise rosso sangue. Fino all’esercito delle suore di Lourdes, disposte in fila sulle sedie a rotelle, spersonalizzate nelle tuniche nere e copricapo bianco. Al centro, la trasfigurazione artistica della famigerata fotografia, diventata l’emblema di quegli anni: quella dove il terrorista Giuseppe Memeo, in un tragico pomeriggio milanese del maggio 1977, in passamontagna scuro, punta una calibro 22 ad altezza uomo contro le forze dell’ordine. Una scena imperdonabile (culminata nella morte dell’agente Custra sull’asfalto di via De Amicis) che neanche l’arte o il dialogo possono sublimare.