Leggi il settimanale
Aggiornato alle ore 10:47
Governo

Aumenti per i magistrati Meloni: “Non firmerò”

La premier: “Non me la sento di sottoscrivere quasi un miliardo di incrementi salariali”. La replica delle toghe: “Faremo valere i nostri diritti”

La presidente del Consiglio Giorgia Meloni durante l'intervista in videocollegamento alla festa del quotidiano Il Tempo. Roma 24 settembre 2026 ANSA/Filippo Attili - Uff stampa Palazzo Chigi + UFFICIO STAMPA, PRESS OFFICE, HANDOUT PHOTO, NO SALES, EDITORIAL USE ONLY + NPK

«Direttore, non firmerò. Se il Consiglio di Stato lo riterrà opportuno, nomini pure il commissario». Giorgia Meloni affida all’Adnkronos la sua posizione sulla vicenda degli adeguamenti retributivi dei magistrati. Una scelta che apre un confronto delicato sul rapporto tra obblighi giuridici, risorse pubbliche e priorità politiche, proprio mentre il governo è impegnato a trovare fondi per affrontare una crisi economica che pesa su famiglie e imprese. «In coscienza non posso mettere la mia firma su un Dpcm con il quale dovrei destinare quasi un miliardo di euro agli aumenti di stipendio dei magistrati», spiega la presidente del Consiglio. E aggiunge: «È dieci volte tanto rispetto a quello che sto cercando solo per affrontare il tema dell’autotrasporto e impedire che si blocchi la consegna delle merci in tutta Italia».

È questo il nodo politico della vicenda. La prospettiva di una spesa tanto consistente per gli stipendi delle toghe - le cui retribuzioni sono già tra le più alte d’Europa - pone una questione di opportunità che non può essere liquidata con una semplice contrapposizione tra governo e magistratura. Meloni, tuttavia, non chiude al confronto: «Se le associazioni rappresentative vorranno cercare insieme una soluzione sono come sempre pronta ad ascoltarle». La posizione della controparte è però diversa. L’Associazione nazionale magistrati contesta le cifre circolate sulla stampa e sostiene che gli importi effettivi saranno sensibilmente inferiori. Il vice segretario dell’Anm, Stefano Celli ricorda che la categoria è pronta a tutelarsi nelle sedi competenti: «Il governo decide, ma se ci sono dei margini faremo un ricorso. Utilizzeremo gli strumenti che l’ordinamento ci riconosce per far valere i nostri diritti, che sono gli stessi diritti degli altri cittadini».

Secondo i magistrati si tratta di adeguamenti triennali previsti dalla legge e di arretrati legati a criteri di calcolo giudicati illegittimi (l’Anm e altre associazioni hanno fatto ricorso, sostenendo che il sistema di calcolo andasse rivisto, e i magistrati del Tar e del Consiglio di Stato hanno dato loro ragione). Anche l’Associazione Magistrati della Corte dei conti invita a riportare la questione sul terreno tecnico e giuridico, sottolineando che gli importi effettivi sarebbero «sensibilmente inferiori» alle ricostruzioni giornalistiche. La precisazione non cancella naturalmente la questione politica. È legittimo domandarsi se non sia necessario un supplemento di prudenza prima di procedere a un intervento retributivo di queste dimensioni. Non a caso anche in Parlamento deputati e senatori ricordano che hanno da tempo rinunciato a chiedere l’adeguamento delle proprie retribuzioni. Se il Consiglio di Stato riterrà necessario nominare un commissario ad acta, il governo dovrà affrontarne le conseguenze anche se fonti governative reputano «spropositata» la cifra. «Ciascuno si assumerà le proprie responsabilità», avverte Meloni. È il senso dello scontro. La tutela dei diritti è imprescindibile, ma lo è anche la responsabilità nell’impiego delle risorse pubbliche e la gerarchia delle priorità di spesa.

Commenti