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Governo

L’ironia, le stoccate all’Ue e le lezioni alla sinistra: tutte le facce di Meloni in Aula

Dalle critiche a Bruxelles agli affondi contro le opposizioni, passando per la fermezza sull’Ucraina e le distanze da Trump: il premier alterna sarcasmo e toni istituzionali, rivendicando la linea del governo

Tutte le facce della Meloni

La Giorgia Meloni istituzionale, quella che parla di equilibri internazionali e strategie europee. Il premier pragmatico, che chiede a Bruxelles di abbandonare le rigidità ideologiche. E poi la leader politica, quella che non rinuncia alla polemica, distribuisce stoccate alle opposizioni e ricorre al sarcasmo per mettere in difficoltà gli avversari. Cambiano i toni, ma anche le espressioni del viso. Ora lo sguardo severo, le labbra serrate e il volto concentrato. Ora le sopracciglia che si sollevano, gli occhi che si spalancano appena e un mezzo sorriso che lascia intuire la battuta. Le comunicazioni al Senato in vista del Consiglio europeo del 15 e 16 ottobre diventano così l’occasione per mostrare le diverse facce del presidente del Consiglio: registri differenti, dal tono solenne all’ironia, tenuti insieme da un filo conduttore, ossia la rivendicazione della linea del governo.

E’ soprattutto nei rapporti con Bruxelles che emerge il volto del premier intenzionato a scuotere un’Europa ancora troppo legata, nella sua lettura, a regole concepite per un mondo che non esiste più. Sul caro energia il messaggio è netto. L’espressione si fa seria, lo sguardo si alza dai fogli per rivolgersi direttamente all’emiciclo, le parole vengono accompagnate da una mimica più marcata: “Servono soluzioni ora, con bollette più leggere per famiglie e imprese”. Soprattutto, occorre liberarsi di quel fardello normativo che rischia di trasformare la transizione ecologica in un boomerang economico. “La decarbonizzazione non può essere deindustrializzazione”, scandisce. Una formula che racchiude la critica a un modello europeo accusato di sacrificare la competitività sull’altare degli obiettivi ambientali. Del resto, aggiunge, “ogni costo in più che l’Europa impone a sé stessa è un vantaggio che regala ai suoi concorrenti”. Difficile essere più espliciti.

Non è una dichiarazione di guerra all’Unione, ma neppure una cambiale in bianco. Lo dimostra il capitolo sul prossimo bilancio comunitario. Qui il volto della premier si fa quello della negoziatrice inflessibile: espressione composta, sguardo fermo, nessuna particolare concessione al sorriso. Il presidente del Consiglio avverte che Roma non accetterà tagli penalizzanti per agricoltura, pesca e coesione territoriale. E soprattutto respinge l’idea che un accordo debba essere raggiunto a qualunque costo per rispettare il calendario europeo: “Non firmeremo un accordo non vantaggioso per rispettare una data. Noi firmeremo un accordo solo quando sarà giusto per l’Italia”. Insomma, la Meloni negoziatrice mette già le mani avanti: nessuna firma soltanto per accontentare Bruxelles.

Poi cambia il registro. Sull’Ucraina scompare il sarcasmo e lascia spazio a una Meloni decisamente più solenne. Il viso si irrigidisce, il sorriso sparisce, lo sguardo diventa più penetrante. Il premier richiama Praga, Budapest, il Muro di Berlino e gli anni dell’imperialismo sovietico per ribadire che la resa di Kiev non può essere scambiata per la pace: “Nessuno mi convincerà del fatto che la resa di chi difende la propria libertà possa chiamarsi pace”. È uno dei momenti più politici dell’intervento, anche per il richiamo a una memoria storica che il presidente del Consiglio rivendica senza esitazioni. E la posizione italiana resta quella di sempre: sostegno all’Ucraina e pressione su Mosca. Una fermezza che comporta, come riconosce lei stessa, anche un prezzo in termini di consenso.

E qui compare un’altra sfaccettatura, forse meno comoda da raccontare per chi riduce la politica estera italiana a un rapporto di subordinazione con Washington. La Meloni non risparmia infatti una critica a Donald Trump, giudicando l’intesa annunciata sul gasolio russo “una scelta che considero molto rischiosa”. Nessuna smorfia ironica, nessuna battuta: prevale il volto serio di chi vuole rimarcare una divergenza politica. Il timore è che l’operazione finisca per offrire nuove risorse e una legittimazione a Vladimir Putin, indebolendo l’efficacia delle sanzioni. Il premier difende il legame transatlantico, ma non rinuncia a marcare una distanza dall’alleato americano quando ritiene che una sua decisione possa danneggiare la strategia occidentale. Altro che obbedienza acritica.

Anche sul Medio Oriente prevale la ricerca di un equilibrio difficile. Da una parte la difesa della sicurezza di Israele, soprattutto davanti alla recrudescenza dell’antisemitismo, dall’altra la denuncia degli insediamenti illegali in Cisgiordania e delle pressioni sulla popolazione palestinese. Il tono è misurato, l’espressione resta concentrata, lontana dai guizzi polemici riservati ad altri passaggi. “Continuo a ritenere che con Israele sia necessario mantenere aperto un canale di dialogo”, chiarisce la Meloni, senza però nascondere le preoccupazioni per la presenza israeliana in Libano, Siria e Gaza. Una posizione che prova a tenere insieme la solidarietà verso lo Stato ebraico e la necessità di criticare le scelte del suo governo.

La temperatura politica torna a salire quando il discorso scivola sull’immigrazione. Qui riemerge la Meloni delle battaglie identitarie, pronta a rivendicare il rafforzamento dei rimpatri e la collaborazione con i Paesi nordafricani. È nei passaggi più assertivi che la mimica torna a farsi evidente: il mento leggermente sollevato, gli occhi puntati davanti a sé, le sopracciglia che accompagnano le parole più nette. I numeri diventano un’arma politica: 65 mila migranti tornati volontariamente nei Paesi d’origine negli ultimi due anni, prima di tentare la traversata del Mediterraneo. E il messaggio è quello delle campagne elettorali, pronunciato questa volta dai banchi del governo: “Chi entra illegalmente in Italia non può contare di restarci”. Una dichiarazione che segna la continuità tra le battaglie dell’opposizione e le priorità dell’esecutivo, accompagnata dalla rivendicazione dei risultati ottenuti.

La versione più pungente emerge soprattutto quando lo sguardo si sposta sui banchi dell’opposizione. Il terreno è quello dell’ex Ilva, uno dei dossier più complicati sul tavolo dell’esecutivo. La Meloni ascolta le contestazioni e risponde con una buona dose di sarcasmo: “Sono certa che abbiate delle soluzioni migliori anche sull’Ilva, mi chiedo perché non le abbiate messe in campo quando eravate al governo”. È la Meloni delle domande retoriche, ma anche quella dell’espressione sarcastica, del dito puntato verso l’opposizione e del sorrisino di chi smaschera la contraddittorietà di chi - a sinistra - fa polemiche meramente strumentali. Poi rincara la dose, invitando gli avversari a illustrare finalmente queste ricette anziché utilizzare i dieci minuti a disposizione per insultare il governo. Una frecciata che riassume il suo approccio al confronto parlamentare: contestare è facile, governare decisamente meno. E l’ironia diventa un modo per ribaltare le accuse.

Ne viene fuori una Meloni capace di cambiare tono senza cambiare bersaglio politico. Basta osservarla mentre alza gli occhi dalle carte: a volte il volto rimane impassibile, altre volte le sopracciglia si inarcano e compare un sorriso fugace, quasi a voler sottolineare ciò che le parole hanno appena lasciato intendere. Quando il discorso si fa più impegnativo, invece, la bocca torna a serrarsi e lo sguardo si indurisce. Il premier che chiede più Europa nelle risposte alle crisi è la stessa che pretende meno rigidità da Bruxelles. La leader che difende l’alleanza con Washington non rinuncia a criticare Trump e quella che invoca serietà sui grandi dossier internazionali trova comunque il tempo per punzecchiare gli avversari di casa. Diverse facce, dunque, ma un’unica regia politica. Con una costante: la Meloni non sembra intenzionata a lasciare alle opposizioni il monopolio delle accuse. E quando può, preferisce restituirle al mittente. Possibilmente con gli interessi.

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