Leggi il settimanale
Aggiornato alle ore 11:18
Guerra

Bambini in campo per ripartire dopo l’Isis: la Hope League sfida le ombre della nuova guerra

Nel nord della Siria l’Ong Novact lancia la Hope League per superare i traumi della guerra, mentre riaffiorano le tensioni tra Turchia e Israele

Hope League

Quasi 14 anni di guerra hanno distrutto la convivenza in Siria, uno dei paesi con la maggiore diversità etnica, religiosa e culturale al mondo. Una ricchezza che il regime di Bashar al-Assad, caduto nel 2024, e gli attori internazionali e regionali hanno sfruttato per aizzare pezzi della popolazione l’una contro l’altra. Ora però si tenta di ricostruire un futuro diverso. Alcune donne portano settimanalmente i loro figli e le loro figlie in un campo a Raqqa, affinché possano giocare insieme e non fare la stessa fine dei loro padri.

Centinaia di uomini sono stati mutilati, torturati, uccisi e fatti sparire dall’Isis in Siria. Sono stati accusati dai miliziani di fumare, bere alcolici, essere omosessuali o, semplicemente, ammazzati per ricordare loro che dovevano sottomettersi. Il progetto in questione si chiama Hope League ed è stato lanciato quasi un anno fa dall’Ong Novact, affinché bambini e genitori curdi, musulmani, cristiani e di altre etnie e religioni diverse, sopravvissuti alla guerra, possano imparare a fidarsi di nuovo gli uni degli altri. E’ un campionato di calcio giovanile che mette insieme anche i figli di ex membri dell’Isis, per scongiurare il ritorno della guerra in Siria. Obiettivo? Il sogno della convivenza pacifica dopo anni di conflitto. La Hope League si svolgerà da giugno 2025 a ottobre 2026 a Kobanê, Hasakah, Raqqa e Tirbespîyê, nel nord-est della Siria, e a Erbil e Sulaymaniyah, nel Kurdistan iracheno.

I gruppi partecipanti frequenteranno regolarmente sessioni di scuola calcio e prenderanno parte a due grandi raduni.Sebbene siano trascorsi quasi dieci anni dalla cacciata dello Stato Islamico da Raqqa, la paura persiste. Più di 1.300 bambini e oltre 150 genitori partecipano alle attività della Hope League. Sono state insegnate loro tecniche per promuovere la cooperazione e la risoluzione dei conflitti attraverso il gioco. Sono coinvolti anche ragazzini del campo di Al Hol sopravvissuti all’estrema violenza che dominava la loro vita quotidiana. Ad Al Hol i jihadisti avevano imposto una sorta di califfato in cui le esecuzioni – anche di minori – erano comuni e i diritti erano inesistenti, non c’erano neanche le scuole. Nel campo di detenzione le milizie curdo-arabe, sostenute dagli Stati Uniti, rinchiudevano le famiglie dei combattenti dello Stato Islamico dopo averli sconfitti.

Nel 2019 il campo ospitava oltre 73.000 donne, ragazzi e ragazze. Laia al-Shamaly ha 14 anni e spiega: “Gli allenatori ci insegnano a risolvere i malintesi, a non arrabbiarci, a non fare del male agli altri giocatori e a capire che ciò che conta sono i nostri rapporti personali”.Il presidente Ahmed Al-Sharaa, nome di battaglia Abu Mohammed al Jolani, ex leader della branca siriana di Al-Qaeda, da cui si è distaccato nel 2016, e di HTS, la coalizione di milizie islamiste che ha rovesciato il regime di Assad alla fine del 2024, ha ribadito la sua volontà di promuovere un Paese che rispetti i diritti delle minoranze. Tuttavia, non ha ancora attuato riforme istituzionali e non si è assunto la responsabilità dei massacri perpetrati dalle forze filo-governative che hanno causato la morte di oltre 1.000 alawiti e più di 100 drusi.

Ma in Siria all’orizzonte ci sono nubi di guerra con Israele. La partita coinvolge pure la Turchia. E’ competizione tra Tel Aviv e Ankara per il nuovo ordine regionale. Le tensioni rivelano rivalità personali e strategiche tra Netanyahu ed Erdogan. Non mancano i punti di attrito tra le due potenze militari del Mediterraneo orientale, da Gaza, ad appunto la Siria. L’attacco israeliano a una base aerea siriana ha messo in luce una spaccatura anche con l’amministrazione Trump su come affrontare il crescente ruolo della Turchia in Siria. Israele afferma di aver colpito la base per impedire ad Ankara di stabilire una presenza militare che potrebbe limitare la propria libertà d’azione. E’ però pure una risposta di Netanyahu ai suoi problemi elettorali. La soluzione messa sul tavolo da Bibi infatti è aprire un fronte con Ankara e Damasco. Ma il raid di Tel Aviv rischia di avvicinare ancora di più la Siria alla Turchia, che la fa già da padrone nel Paese.

Commenti

I commenti non sono al momento disponibili e saranno ripristinati non appena possibile. Grazie per la pazienza.