L’amore, in politica, arriva quasi sempre quando non resta altro da comprare. Non è un sentimento: è un’alleanza temporanea tra convenienze, un armistizio tra ego smisurati, una tregua concessa finché serve. Trump e Zelensky hanno attraversato tutte le stagioni di questa relazione impossibile: la diffidenza, l’umiliazione pubblica, il sospetto reciproco. Ora, improvvisamente, il disgelo. Come due giocatori di poker che, dopo essersi accusati di barare, scoprono di avere bisogno l’uno dell’altro per restare seduti al tavolo. Nello Studio Ovale, questa volta, non ci sono state telecamere, né giornalisti, né sceneggiate. Solo un’ora abbondante di colloquio a porte chiuse. Un dettaglio che racconta molto più di qualsiasi conferenza stampa.
Alla fine dell’incontro, Zelensky ha parlato di un confronto «positivo». Ha ringraziato gli Stati Uniti per il sostegno, ha espresso le condoglianze a Trump per la scomparsa del senatore Lindsey Graham, storico sostenitore della causa ucraina, e ha confermato che sul tavolo sono finite questioni decisive: le licenze per produrre intercettori dei sistemi Patriot, nuove soluzioni per rafforzare la difesa aerea e, soprattutto, il rilancio del processo diplomatico. «L’incontro è stato produttivo» ha scritto su Truth la portavoce della Casa Bianca, Karoline Leavitt.
Ma la vera notizia non è ciò che Zelensky e Trump hanno raccontato. È il cambiamento del tycoon nella lettura della guerra. Per mesi il presidente americano aveva confidato ai suoi consiglieri di ritenere l’Ucraina destinata alla sconfitta. Oggi quel paradigma sembra essersi incrinato. Trump si è detto colpito dalla resilienza dell’Ucraina e dalla capacità di Zelensky di portare la guerra fin dentro il territorio russo. La svolta ha una spiegazione semplice: Trump ha bisogno di un successo diplomatico. Con gli Stati Uniti sempre più coinvolti nella crisi mediorientale, un rilancio dei negoziati sull’Ucraina gli consentirebbe di presentarsi come l’uomo capace di riportare la diplomazia al centro della scena. Sul tavolo della Casa Bianca restano aperti altri dossier. È saltato il previsto incontro tra Zelensky, che ha visto il presidente finlandese Stubb, e Netanyahu, ma il dialogo tra Israele e Ucraina prosegue. Il ministro degli Esteri israeliano Gideon Sa’ar ha invitato in Israele l’omologo ucraino Andriy Sybiha, ribadendo la comune preoccupazione per la minaccia iraniana. Poco dopo Sybiha ha parlato anche con l’omologo iraniano Araghchi, chiedendogli di interrompere il sostegno militare a Mosca. Sempre a Washington prende corpo un nuovo giro di vite contro la Russia. Un gruppo bipartisan di senatori ha raggiunto un’intesa su un disegno di legge, sostenuto da Trump, che rafforza le sanzioni contro Russia e Iran, autorizzando il presidente a colpire con nuovi dazi i principali acquirenti di energia russa e i Paesi che aggirano le restrizioni.
