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Donald fa bene. La sua priorità è l’interesse della nazione

Non deve far felici Kiev o Bruxelles ma abbassare i costi dell’energia

President Donald Trump speaks at a campaign rally at F&M Bank Arena, Saturday, Oct. 10, 2026, in Clarksville, Tenn. (AP Photo/Alex Brandon) Associated Press / LaPresse Only italy and spain

Per Donald Trump il primo dovere di un presidente americano è tutelare l’interesse nazionale degli Stati Uniti, non preservare un ordine internazionale a prescindere dai costi. Gli equilibri globali valgono nella misura in cui servono l’America, non viceversa.

In questa logica va letta la decisione di allentare temporaneamente le sanzioni sui carburanti russi. Di fronte ai bombardamenti ucraini sulle raffinerie, Washington ha privilegiato la disponibilità di combustibili e il contenimento dei costi energetici rispetto alla pressione economica su Mosca: una scelta che rivela le priorità della Casa Bianca a tre settimane dalle elezioni di Midterm.

Perché gli Stati Uniti dovrebbero sostenere i costi di una guerra che, nella visione di Trump, non è essenziale per la sicurezza americana? La disponibilità a trattare con il presidente russoVladimir Putin nasce da questa valutazione, non certo dalla condivisione degli obiettivi del Cremlino.

Le sanzioni, del resto, sono strumenti, non fini in sé: nel caso in cui costino più di quanto rendono, riconsiderarle è più che legittimo. La fermezza sta nel perseguire gli obiettivi, non nel conservare comunque ogni misura del passato. Diverso il punto di vista dell’Europa, che può certamente considerare la sconfitta della Russia di Putin come indispensabile alla propria sicurezza. Per Washington non è così per definizione.

Quella di Trump, insomma, non è un’improvvisazione. La sua visione si inscrive in una duplice tradizione americana, quella jeffersoniana, che da sempre diffida delle alleanze vincolanti, e quella jacksoniana, per cui la forza di una nazione si impiega solo dove è direttamente in gioco la sicurezza dei propri cittadini. La Strategia di sicurezza nazionale del 2025 ha tradotto tale visione in dottrina: priorità all’emisfero occidentale e disimpegno selettivo dai teatri lontani. In questo schema l’Ucraina non è il centro, ma la periferia.

Trump fa bene, dunque, a valutare i rapporti con Mosca in base agli interessi americani. In realtà, per rimanere fedele a sé stesso, non potrebbe fare altrimenti. In ogni caso, qualsiasi presidente degli Stati Uniti risponde innanzitutto ai cittadini che lo hanno eletto: spetta a lui e solo a lui decidere quali impegni meritino di essere sostenuti. Il metro di giudizio non è se la sua scelta possa soddisfare o meno Kiev oppure Bruxelles, ma se renda qualcosa agli americani: un costo della vita più basso, nessun impegno militare oppure economico senza scadenza, più risorse per l’emisfero che la nuova strategia mette al centro.