Le simulazioni di una situazione di emergenza, note in lingua inglese come tabletop exercise, vengono impiegati al fine di identificare i gap nelle strategie e nelle capacità di un dato attore nell’affrontare una soluzione di emergenza, quale un confronto con un nemico. Allo stato attuale, dato il ruolo della Cina come principale minaccia agli interessi strategici degli Stati Uniti, la Heritage Foundation ha organizzato nel mese di ottobre una simulazione di un potenziale conflitto nello Stretto di Taiwan segnato da una progressiva escalation nucleare denominata Azur Dragon. La simulazione è stata svolta utilizzando TIDALWAVE, un modello di simboli azione fondato sull’Intelligenza Artficiale volto ad analizzare un possible conflitto prolungato tra gli Stati Uniti e la Repubblica Popolare Cinese.
Il metodo di ricerca ha visto l’impiego di AI volti a simulare percorsi decisionali i quali sono stati incrociati con un’esercitazione condotta con personale umano composto da 15 soggetti divisi in due team, uno rappresentante gli Stati Uniti e l’altro la Cina, i quali hanno generato una commissione esecutiva volta a fornire strategie e linee d’azione. L’obiettivo della simulazione è risultato rivolto all’identificazione dei gap nelle capacità di proiezione statunitense nel caso di un conflitto prolungato nello Stretto di Taiwan al fine di proporre relative soluzioni e massimizzare le capacità degli Stati Uniti di sfruttare le vulnerabilità nemiche. La simulazione ha impostato un totale di quattro quesiti di ricerca a cui rispondere: quali sono le soglie per un first use nucleare, fino a che punto può arrivare un eventuale conflitto nucleare? Come si può ottenere una conclusione del conflitto? Quali capacità e politiche consentirebbero agli Stati Uniti di vincere?
Il wargame
L’ordine di battaglia vede la Cina schierare una modesta flotta di Fractional Orbital Bombardment System (FOBS), sistemi di lancio orbitali progettati per inserire un’arma nucleare in un’orbita terrestre bassa. Contestualmente, Pechino dispone di circa 400 vascelli militari e due sistemi missilistici a raggio intermedio (URBM) DF-26 e DF-21. Viceversa, gli Stati Uniti possono dislocare una forza composta da tre gruppi di portaerei, sottomarini balistici dotati di testata termonucleare W-76N e uno squadrone aereo dotato di bombe nucleari B-61. Lo scenario iniziale vede la Cina stabilire una testa di ponte a Taiwan occupata da 20.000 effettivi, i quali tuttavia falliscono nell’intento di prendere il controllo di Taipei. In tal contesto, gli Stati Uniti mediante attacchi a lungo raggio hanno danneggiato duramente le capacità missilistiche cinesi, nonché le difese aeree di Pechino. Viceversa, la Cina si è rivelata in grado di disabilitare una portaerei statunitense. Dato il livello di tensione, gli Stati Uniti hanno portato il livello di allerta delle forze armate a DEFCON 2 e Pechino ha abolito la sua politica del no first use.
Il primo turno vede le forze armate cinesi intensificare gli sforzi volti al conseguimento di una vittoria convenzionale. Tale intento viene concretizzato mediante un nuovo sbarco anfibio che porta il totale delle sue forze presenti a Taiwan a 60.000 unità e la condotta di numerosi attacchi missilistici rivolti alle basi statunitensi nell’area. Contestualmente, Pechino si serve del supporto indiretto dei propri partner. Nello specifico, la Corea del Nord avvia una mobilitazione delle proprie forze convenzionali e la Federazione Russa conduce diversi pattugliamenti con i propri bombardieri nelle vicinanze dell’Alaska. Viceversa, gli Stati Uniti dislocano diversi aeromobili B61 presso le basi di Kunsan e Kandena. Nel secondo turno, la Cina inizia un dispiegamento delle sue capacità nucleari in risposta alle azioni statunitensi e ottiene un maggior supporto da parte di Mosca, concretizzatosi nel trasferimento di ICBM e in diversi attacchi cyber
Il terzo turno vede invece il forte degrado delle capacità convenzionali statunitensi. Le forze di Washington subiscono infatti dure perdite che determinano l’occupazione dell’Isola di Taiwan da parte della Cina. Contestualmente, Pechino esegue un massiccio attacco mediante FOBS sui bombardieri americani dislocati sulla base di Darwin in Australia, assestando un grave colpo all’aviazione USA. Tuttavia, grazie alla superiorità della propria flotta, gli Stati Uniti riescono ad ottenere un’importante vittoria sul dominio marittimo. Infine, nel quarto turno finale le forze cinesi hanno ormai occupato e fortificato l’Isola di Taiwan, rendendo difficili possibili controffensive statunitensi. Di fronte al forte degradamento delle proprie capacità convenzionali e all’esaurimento delle scorte di carburante, gli Stati Uniti decidono di condurre un attacco nucleare tattico sulle forze aeree cinesi. L’attacco non determina tuttavia la fine del conflitto, in quanto il team cinese conferma di essere pronto ad assorbire altri attacchi nucleari tattici statunitensi e di poter sfruttare il proprio vantaggio convenzionale, risultando contestualmente pronto a rispondere con un eventuale contrattacco nucleare.
I risultati
I risultati della simulazione vedono anzitutto la rottura del paradigma secondo cui lo strumento nucleare può essere impiegato solo in caso di minaccia esistenziale, ma anche in caso di crollo delle proprie capacità convenzionali. Il team cinese riteneva che la minaccia principale sarebbe stata rappresentata da un potenziale attacco nucleare lanciato contro la testa di ponte non ancora stabilizzata. Tuttavia, tale ipotesi risulta estremamente remota, date le pesanti conseguenze a livello internazionale. Viceversa, l’ipotesi di un attacco nucleare in un momento nel quale le capacità convenzionali statunitensi sono ormai degradate risulta un rischio decisamente inferiore per Pechino, perfettamente in grado di assorbire l’urto e proseguire la guerra sfruttando il proprio vantaggio convenzionale e le proprie capacità nucleari. Contestualmente, la simulazione dimostra come un’eventuale escalation nucleare possa rimanere confinata in una dimensione regionale, se limitata ad attacchi tattici rivolti ad obiettivi militari e che la forte riluttanza americana nell’impiegato armamenti nucleari nella prima fase del conflitto risulta nei fatti controproducenti, generando uno scenario nel quale le forze statunitensi si trovano in un forte svantaggio convenzionale.
Complessivamente, il wargame ha rivelato come le massicce riserve, le capacità nucleari tattiche e le FOBS cinesi costituiscano un rilevante vantaggio per Pechino. Viceversa, gli Stati Uniti sono afflitti da un’asimmetria nella volontà di rischiare rispetto alla Cina e da una certa inferiorità in alcune aree militari chiave. La percezione del team cinese è quella di una generale indecisione che affligge il processo di decision making statunitense, il quale favorisce le possibilità di una degradazione delle capacità convenzionali statunitensi tale da rendere futile l’impiego di armamento nucleare. La Heritage conclude asserendo che gli Stati Uniti avrebbero beneficiato dal dislocamento di un’arsenale nucleare differenziato e da maggiori riserve di munizioni guidate.
Il think tank introduce quindi due domande essenziali per la futura postura statunitense nell’area: quale politica di rischio calcolato modificherebbe la percezione del rischio da parte della Cina? E come potrebbero gli Stati Uniti mantenere l’appoggio dell’opinione pubblica in caso di un conflitto nucleare?