«Siamo pronti e carichi». Se pronunciate dal Segretario alla Guerra Pete Hegseth quelle quattro parole possono avere un solo significato. E neanche troppo implicito. Ovvero riprendere il conflitto, colpendo strutture energetiche e industrie iraniane. Ma tra il dire e il fare c'è sempre di mezzo il mare. Un mare che - seppure stretto come Hormuz - non consente eccessi di presunzione. Proprio a causa di quegli eccessi Donald Trump è riuscito in cinque settimane di guerra a giocarsi una parte rilevante di consensi. Con il rischio - visto lo scontro con il Papa e le divisioni interne al suo stesso elettorato - di non riuscire a ricostruirli prima delle elezioni di Midterm del prossimo novembre. Proprio per questo le parole di Hegseth vanno prese con il bilancino e soppesate come una minaccia a cui l'amministrazione preferirebbe, in fondo, non far ricorso.
Molto meglio, invece, riannodare il filo dei negoziati. E a farcelo capire non è solo l'arrivo a Teheran di una delegazione pakistana incaricata di coordinare l'avvio di una nuova fase di colloqui. Parlando con i giornalisti alla Casa Bianca, ieri Trump ha detto che le trattative procedono positivamente: «Teheran ha acconsentito a consegnare la polvere nucleare in suo possesso e sospenderà l'arricchimento dell'uranio per un periodo indefinito di tempo». Lo stesso Hegseth chiude la sua raffica intimidatoria esortando l'Iran a scegliere «un prospero futuro». E a farlo «per il suo popolo». Come dire siamo pronti a bombardarvi, ma anche a dialogare. In tutto questo anche gli iraniani si dimostrano propensi a tornare al tavolo della trattativa. Nonostante le minacce di colpire le navi americane impegnate nel blocco dello Stretto né i barchini dei pasdaran né le postazioni costiere hanno, fin qui, contrastato o ostacolato l'azione della marina statunitense. Stando a quanto affermato ieri dal generale Dan Caine, comandante dello Stato Maggiore Congiunto statunitense, ben 13 navi uscite dai porti iraniani e bloccate dai cacciatorpedinieri a stelle e strisce hanno immediatamente invertito la rotta. E fonti vicine ai vertici iraniani si dicono disponibili, in vista di una ripresa della trattativa, a non ostacolare il passaggio di navi e petroliere che accettino di costeggiare la zona litoranea dell'Oman anziché quella più vicina alla Repubblica Islamica percorsa solitamente.
Dietro la disponibilità con cui sia la Repubblica Islamica, sia l'amministrazione Trump guardano al negoziato vi sono il costo della guerra e i tempi del blocco navale. Teheran si misura con le macerie dei 17mila obbiettivi colpiti da Stati Uniti e Israele nel corso di cinque settimane di guerra. Al posto di quelle macerie sorgevano raffinerie e industrie, strade e infrastrutture energetiche. Un patrimonio civile e militare che per essere rimesso in piedi e tornare a far girare il paese richiederà, secondo le prime stime, investimenti per oltre 270 miliardi. Un costo che le autorità iraniane possono pensare di affrontare soltanto se verrà riaperto quello Stretto di Hormuz da cui passa - oltre al petrolio - anche il 90 per cento dell'import-export della Repubblica Islamica. Sempre sperando che assieme alla guerra finiscano anche le sanzioni.
Per Trump il fattore tempo rischia di essere ancor più impietoso. Il regime dei pasdaran ha, in fondo, il vantaggio di poter usare la forza per imporre al proprio popolo una sofferta resilienza. E di poter dunque sopravvivere al crollo dell'economia globale. L'arco di tre o sei settimane in cui gli aeroporti europei rischiano di esaurire le scorte di cherosene è solo il primo sintomo di un collasso che, in tempi altrettanto brevi, potrebbe colpire le produzioni industriali di Cina e India generando inflazione e scarsità di produzioni industriali. Uno scenario molto simile a quello del dopo Covid che portò a un devastante aumento dei prezzi in tutti gli Stati Uniti segnando l'inizio della fine per il presidente Joe Biden.
Uno scenario che Trump ricorda bene e non ha nessuna voglia di sperimentare sulla propria pelle. Per questo anche Washington scommette oggi su un veloce e positivo ritorno al tavolo di Islamabad. Anche dopo il cessate il fuoco di 10 giorni ottenuto dal tycoon in Libano.