Per quasi due mesi il Medio Oriente aveva vissuto in un equilibrio precario. La tregua raggiunta ad aprile tra Stati Uniti e Iran aveva contribuito a raffreddare lo scontro diretto tra Teheran e Israele, ma non aveva mai risolto il nodo più delicato: il Libano e il ruolo di Hezbollah. Proprio lì, nelle periferie meridionali di Beirut controllate dal movimento sciita, si è consumata la crisi che nelle ultime quarantotto ore ha fatto ripiombare la regione sull'orlo di una nuova guerra aperta.
I missili iraniani lanciati contro Israele e la successiva risposta delle Idf contro obiettivi militari nella Repubblica islamica non sono un episodio inatteso, ma il risultato di una tensione accumulata nelle ultime settimane. Da una parte Israele seguita a sostenere che la tregua non limiti la propria libertà di colpire Hezbollah in Libano; dall'altra, Teheran ritiene che l'intesa debba valere su tutti i fronti collegati al conflitto. Due interpretazioni inconciliabili che hanno trasformato Beirut nella miccia dell'ultima escalation.
Beirut, la tregua che nessuno interpretava allo stesso modo
Il punto di rottura è arrivato con il raid israeliano contro la periferia sud di Beirut, storica roccaforte di Hezbollah. L'operazione è stata ordinata dal governo di Benjamin Netanyahu come risposta ai lanci di razzi provenienti dal Libano e considerati una violazione degli accordi di cessazione delle ostilità. Per Israele, infatti, il cessate-il-fuoco non impediva di continuare a colpire le infrastrutture del gruppo sciita quando ritenute una minaccia diretta.
La posizione iraniana, diametralmente opposta. Il ministro degli Esteri Abbas Araghchi e altri esponenti della leadership di Teheran avevano sostenuto pubblicamente che la tregua mediata dagli Stati Uniti riguardasse l'intero teatro regionale, compreso il Libano. Un eventuale attacco a Beirut sarebbe quindi stato interpretato come una violazione dell'intesa e avrebbe comportato una risposta diretta. Quando le bombe israeliane sono cadute su Dahiyeh, quella minaccia è diventata realtà.
La risposta di Teheran e il ritorno dello scontro diretto
Poche ore dopo il raid, l'Iran ha scelto di lanciare una decina di missili balistici verso il nord di Israele, nel primo attacco diretto contro lo Stato ebraico dalla tregua di aprile. Secondo le Forze di difesa israeliane, la maggior parte dei vettori è stata intercettata o è caduta in aree disabitate, ma il significato politico dell'operazione è stato inequivocabile: Teheran ha voluto dimostrare che qualsiasi azione contro Hezbollah può trasformarsi in uno scontro aperto con la Repubblica islamica.
I Guardiani della Rivoluzione hanno descritto il lancio come una rappresaglia per l'attacco su Beirut, mentre le autorità iraniane hanno lasciato intendere che ulteriori operazioni israeliane potrebbero provocare una risposta ancora più ampia, coinvolgendo anche droni e altri alleati regionali. La crisi ha così riportato il Medio Oriente allo scenario che Washington cercava di evitare da settimane: quello di un confronto diretto tra Israele e Iran, senza più il filtro delle rispettive forze alleate.
Il contrattacco dell'Idf
La risposta israeliana è arrivata nella notte, quando l'aviazione dell'Idf ha colpito diversi obiettivi militari nell'Iran occidentale e centrale. Secondo le informazioni diffuse dall'esercito israeliano e confermate da fonti statunitensi, i raid hanno preso di mira siti collegati al programma missilistico e alle infrastrutture utilizzate per gli attacchi contro Israele. Washington ha precisato di non aver partecipato all'operazione, pur ribadendo il sostegno al diritto israeliano di difendersi. Il complesso petrolchimico di Karoun, a Mahshahr è fra i siti colpiti da Israele.
Il presidente americano Donald Trump avrebbe tentato di convincere Netanyahu a evitare una controffensiva immediata, nel timore che una nuova escalation potesse compromettere definitivamente il dialogo con Teheran. Ma il meccanismo della deterrenza reciproca sembra ormai essersi rimesso in moto.
La vicenda di Beirut dimostra come il Libano sia diventato il principale punto di contatto tra la guerra contro Hezbollah e il confronto strategico tra Israele e Iran: un equilibrio tanto fragile che basta un singolo raid per trascinare l'intera regione sull'orlo di un conflitto più vasto.