La Corea del Nord continua a sviluppare il suo arsenale nucleare. L’obiettivo del Paese guidato da Kim Jong Un, supportato più o meno direttamente dalla Cina di Xi Jinping ma soprattutto dalla Russia di Vladimir Putin, è chiaro: produrre ancora più materiale fissile e aumentare la capacità di trasformarlo in testate. Così da spaventare Stati Uniti e Corea del Sud, e blindare la nazione da eventuali attacchi nemici.
La corsa nucleare di Kim
L’Agenzia internazionale per l’energia atomica (Aiea) ha segnalato la costruzione di un secondo impianto per l’arricchimento dell’uranio nel complesso di Yongbyon. La struttura, individuata confrontando immagini satellitari e fotografie diffuse durante la visita di Kim nel giugno 2026, potrebbe ospitare fino a 28 cascate di centrifughe.
A questo si aggiunge l’ampliamento del sito di Kangson, vicino a Pyongyang, che secondo l’Aiea mostra segnali di attività dall’inizio dell’anno. Secondo quanto riportato dal sito The Diplomat il programma nucleare di Kim sta crescendo sia sul fronte dell’uranio e che su quello del plutonio. L’Aiea, per la cronaca, non dispone di ispettori sul terreno dal 2009 e si affida quindi a satelliti, fonti aperte e immagini della propaganda.
Le strutture chiave della Corea del Nord
Il cuore del sistema resta Yongbyon. Il reattore da 5 megawatt, principale fonte nordcoreana di plutonio, continua a mostrare segnali compatibili con il funzionamento. Scarichi d’acqua e attività del cosiddetto Radiochemical Laboratory indicano un nuovo ciclo e possibili operazioni sul combustibile esaurito.
Poi c’è l’Experimental Light Water Reactor, che ha alternato funzionamento e arresti ed è tornato operativo nella primavera del 2026. Non è progettato come il 5 MWe per le armi, ma a pieno regime potrebbe diventare una seconda fonte di materiale fissile.
Il vecchio progetto del reattore da 200 megawatt di Taechon resta invece fermo: Pyongyang sembra preferire l’espansione degli impianti attivi alla resurrezione di un progetto vecchio di decenni.
L’importanza dell’uranio
La materia prima arriva dall’uranio. Il processo parte da Pyongsan, impianto che produce il concentrato destinato alla filiera nucleare. Il salto di scala passa dalle centrifughe: l’espansione di Yongbyon e Kangson aumenta la capacità di produrre uranio arricchito e sono più facili da nascondere dei grandi reattori.
Ed è qui che entra in gioco anche la Russia di Putin. Non esiste una prova pubblica che Mosca abbia consegnato direttamente a Pyongyang tecnologia per produrre testate nucleari. Esistono però indicazioni di una cooperazione militare e tecnologica stretta: Mosca ha sostenuto Pyongyang sul piano diplomatico e, secondo il think tank 38 North, potrebbe fornire tecnologie avanzate capaci di rafforzare indirettamente anche la componente nucleare.
L’aiuto russo e i timori sudcoreani
Il risultato di questi fattori è un arsenale che non sembra più progettato soltanto per sopravvivere, ma per crescere. Emblematiche le analisi sudcoreane e occidentali, per le quali Pyongyang potrebbe disporre di materiale per decine di ordigni, con la produzione in continuo aumento.
Lo scorso gennaio il presidente sudcoreano Lee Jae Myung aveva stimato una capacità di produrre materiale fissile sufficiente per circa 10-20 nuove armi all’anno. Le sanzioni occidentali non sono servite a molto. La corsa nucleare di Kim continua. Anzi: accelera sempre di più.
