Non si vedono da cinque mesi e l’ultima volta è successo due settimane prima dell’attacco congiunto del 28 febbraio sull’Iran, che ha decapitato il regime ma non lo ha annientato. È un incontro atteso quanto complesso quello che si terrà oggi a Washington (l’ottavo dalla rielezione del tycoon) fra Benjamin Netanyahu e Donald Trump, il presidente definito più volte da Bibi «il miglior amico che Israele abbia mai avuto alla Casa Bianca». Il piatto forte sarà il destino della Repubblica islamica, che Netanyahu vorrebbe guidata da una nuova leadership, convinto della necessità di un cambio di regime che fin qui non si è realizzato a causa della tenacia ostile e terroristica dei pasdaran. Ma sul tavolo ci sarà soprattutto il nucleare, con Netanyahu pronto a sfoderare informazioni di intelligence secondo cui l’Iran sta procedendo a passo spedito verso la ripresa del programma atomico. Ed è qui che le strategie dei due alleati divergono. Entrambi convinti che Teheran non debba possedere l’arma nucleare, Netanyahu e Trump hanno idee diverse su come raggiungere lo scopo. Bibi spinge per un ritorno alle armi, Donald sembra preferire, per ora, la diplomazia. Al punto che, per concedere il colloquio, Trump avrebbe prima chiesto al premier israeliano risultati diplomatici tangibili sui fronti caldi.
È il naturale riflesso di una situazione interna ben diversa. Per il premier israeliano, che si trova a tre mesi da elezioni generali destinate a trasformarsi in un referendum sulla sua persona, è urgente mostrare agli elettori di aver vinto la sfida contro gli ayatollah. Per il presidente americano, a quattro mesi dal voto di midterm che giudicherà la prima metà del suo mandato, è prioritario ottenere la riapertura di Hormuz per contenere i prezzi e riavviare il libero commercio. Perciò il tycoon ha voluto ricordare prima dell’incontro che «Israele non sopravviverebbe senza di noi», per sottolineare chi detta l’agenda. Al netto dell’imprevedibilità delle decisioni di Trump, che potrebbe tornare ai raid o dare a Israele il via libera per agire da solo, «la speranza più realistica per Netanyahu è di strappare un’intesa sugli interessi di sicurezza di Israele, sulle linee rosse e le circostanze in cui sarà necessario agire contro le minacce, anche in modo indipendente», spiega Nava Freiberg del Times of Israel. Per mostrare buona volontà, Bibi arriva con due progressi importanti: l’ok all’ingresso della Forza di Stabilizzazione a Gaza e l’avvio in Libano del ritiro parziale dell’esercito da due zone pilota.
Resta il nodo Cisgiordania. Una questione che, a causa dell’escalation di violenze dei coloni sui palestinesi, rischia di trasformarsi in «calamità». È questa l’espressione usata da 600 ex funzionari israeliani delle Forze armate (Idf), dei servizi segreti e diplomatici, che in una lettera si appellano a Trump e avvertono: quell’estremismo potrebbe produrre conseguenze «ancora più catastrofiche delle atrocità di Hamas del 7 ottobre». Chiedono al tycoon di intervenire «con rapidità e decisione» contro l’escalation che «rischia di distruggere la sicurezza di Israele, danneggiare gli interessi americani e frantumare la stabilità regionale», impedendo di procedere con il piano in 20 punti per Gaza e l’ampliamento degli Accordi di Abramo. «Nessuno tranne lei, signor Presidente, può impedire questa catastrofe», scrivono mentre in Cisgiordania proseguono attacchi dei coloni, arresti di massa e raid dell’esercito.
