Bibi fa pressing, Donald decide come chiudere l’azione. Mentre i pro-Pal protestano fuori dalla Casa Bianca definendolo un «criminale di guerra», Benjamin Netanyahu gioca la partita della sua carriera e spinge per l’attacco fatale all’Iran. Mentre i pro-Pal chiedono al presidente americano di interrompere la vendita di armi a Israele, Donald Trump fa il king maker e si riserva la decisione finale e risolutiva sulla Repubblica islamica, lasciando per adesso, almeno fin qui, ancora spazio al negoziato. «Siamo perfettamente allineati sull’Iran. Israele sostiene qualsiasi strada scelga Trump» sono le parole pronunciate con una certa riverenza dal portavoce di Netanyahu dopo un’ora e mezza trascorsa dal primo ministro israeliano nello Studio Ovale, a porte chiuse, anche se alla presenza di tutto il gotha dell’amministrazione Trump, dal segretario di Stato Rubio al vicepresidente Vance, dal segretario alla Difesa Hegseth agli inviati Witkoff e Kushner. «È stato un incontro eccellente, di piena collaborazione, una delle migliori conversazioni che abbia mai avuto con il nostro amico», conferma Netanyahu, mentre trapela il punto di caduta fra i due: «Teheran non avrà armi nucleari».
A sei mesi di distanza esatti dal giorno in cui Netanyahu e Trump hanno ordinato l’attacco alla Repubblica islamica - era il 28 febbraio - i due alleati si sono incontrati con la matassa Hormuz e nucleare ancora da districare e altri dossier aperti, dal Libano alla Cisgiordania, dagli Accordi di Abramo agli F-35 alla Turchia. Incontri «positivi e produttivi», li ha definiti in modo secco e abbottonato la Casa Bianca, al termine del funerale del senatore repubblicano filo-Israele e filo-Ucraina Lindsey Graham, che è stato occasione della visita anche per il leader ucraino Zelensky, a colloquio separato con il tycoon subito prima del leader israeliano.
A confermare che Bibi ha perorato la causa di nuovi raid risolutivi sull’Iran è stato un alto funzionario israeliano, secondo cui Netanyahu punta ad «attacchi significativi, contro impianti nucleari, infrastrutture ricostruite e siti non precedentemente colpiti», attacchi che potrebbero «minare la stabilità del regime». Ma l’ultima parola sarà del presidente. «Trump prenderà presto una decisione. Non lo stiamo pressando, ma nemmeno facciamo finta di niente».
A marcare la sua totale autonomia sull’Iran, con un pizzico di irritazione per le rivelazioni della vigilia, è stato lo stesso Trump prima dell’incontro: «Non ho bisogno che Bibi mi riferisca» le informazioni di intelligence sul sito nucleare di Pickaxe Mountain, dove sarebbe nascosto l’uranio arricchito. «Sappiamo esattamente cosa sta succedendo», ha spiegato il tycoon riferendo di aver chiesto al premier israeliano, che aveva menzionato i lavori in corso nel sito sotterraneo: «Perché dovevi annunciarlo al mondo?».
Al netto dell’alleanza di ferro fra Israele e Stati Uniti, il clima fra i due leader si è modificato negli ultimi tempi. Trump continua a sostenere che all’Iran convenga l’accordo, anche perché lui preferirebbe la via diplomatica alle armi. Ma molte cose si stanno muovendo intanto in Medioriente, in gran parte legate alla crisi iraniana, dagli accordi sul nucleare fra Usa e Arabia Saudita all’estensione degli Accordi di Abramo fino alla vendita degli f-35 americani alla Turchia, una prospettiva che Israele ostacolare in ogni modo e di cui pare non si sia parlato ieri.
Ma il grattacapo principale, in queste ore, resta Hormuz. L’Iran continua a usare lo Stretto come arma di ricatto. Con la mediazione dell’Oman si fa avanti l’ipotesi di una tariffa volontaria per chi attraversa il passaggio. Ma Teheran insiste: «Non rinunceremo mai al controllo». E intanto continua a impiccare chi ha protestato contro il regime lo scorso 8 gennaio, mentre centinaia di detenuti nel carcere di Ghezel Hesar, vicino a Teheran, si sono cuciti le labbra per aderire a uno sciopero della fame contro le esecuzioni.
