«Forse io ho forzato la mano a loro». Donald Trump non ci sta a farsi sottrarre la paternità della guerra contro l'Iran e replica così ai cronisti che gli chiedono se siano vere le ricostruzioni, peraltro riferite dal segretario di Stato Marco Rubio, che la decisione di dare il via all'«Operazione Epic Fury» sia stata presa sulla scia di un imminente attacco israeliano.
Che sia vera la versione di Rubio o che sia stato il presidente a «forzare la mano» di Benjamin Netanyahu, nella risposta di Trump c'è probabilmente la chiave per comprendere la sua decisione. L'ossessione per la «legacy», il ruolo nella Storia al quale ambisce ogni presidente degli Stati Uniti, chiamato a confrontarsi con l'eredità di chi prima di lui ha guidato la nazione più potente del mondo. L'urgenza di lasciare un segno indelebile si manifesta storicamente nel secondo mandato, quanto i presidenti sono più liberi di perseguire la loro agenda estera.
La conferma della differenza tra il primo Trump e quello attuale sta nella cacciata nel 2019 dell'allora consigliere per la Sicurezza nazionale John Bolton. «Voleva lanciare l'atomica sull'Iran», disse il tycoon. Oggi, dopo le prime ondate di attacchi Trump commenta: «Non mi interessano i sondaggi. Devo fare la cosa giusta. Non si può permettere che Teheran abbia un'arma nucleare».
Con la decisione di attaccare l'Iran «Trump sta correndo la più grande scommessa della sua presidenza, mettendo a repentaglio la vita dei soldati americani, ulteriori morti e instabilità nella regione più volatile del mondo, nonché la sua stessa posizione politica. Rischia la presidenza», scrive il New York Times. Un ragionamento che sicuramente il tycoon ha fatto, scegliendo di procedere. Trump, pur di «fare la cosa giusta» è disposto anche a tradire il credo Maga. È quello che gli stanno rimproverando quanti, al di fuori dell'amministrazione, puntano alla sua eredità politica. Commentatori come Tucker Carlson e Megyn Kelly, che hanno rotto col tycoon dopo gli attacchi all'Iran. «Maga è Trump, non loro», la risposta.
Nemmeno il voto di midterm di novembre, l'ultimo appuntamento elettorale col quale Trump, seppure indirettamente dovrà confrontarsi, lo ha convinto a rinunciare all'ambizione di riscrivere la mappa del potere in Medioriente. È anzi probabile che la possibilità di perdere la Camera (e forse anche il Senato) lo abbia spinto ad accelerare, di fronte alla prospettiva di un nuovo Congresso a guida Democratica in grado di ingabbiare il suo potere esecutivo, attualmente quasi incontenibile.
Così come per la cattura a Caracas di Nicolas Maduro e il «protettorato» stabilito dagli Stati Uniti sul Venezuela, il giudizio sull'avventura militare in Iran dipenderà dal suo esito ultimo. Trump tiene la porta aperta a tutte le opzioni. Si dice «disponibile» a collaborare con un nuovo governo iraniano che dovesse emergere dal conflitto. «Non è troppo tardi», ha detto. In questo quadro, non c'è spazio per l'erede dello scià: «C'è chi lo apprezza, ma qualcuno dall'interno sarebbe forse più appropriato». Reza Pahlavi, quindi come María Corina Machado, alla quale in Venezuela è stata preferita la vice di Maduro, Delcy Rodriguez.
C'è poi un altro scenario, più cruento, che punterebbe su alcuni gruppi separatisti interni, soprattutto i curdi, per dare la spallata a un regime che si rifiutasse di collaborare con Washington.
Secondo il Wall Street Journal, il presidente è aperto all'idea di sostenere militarmente queste milizie e domenica avrebbe parlato con i loro leader. C'è infine uno scenario da incubo, ipotizzato dallo stesso Trump: «La cosa peggiore sarebbe che dopo aver fatto tutto questo il potere vada a qualcuno cattivo quanto Khamenei. Potrebbe succedere».