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Proteggere le donne è un dovere di tutti

Siamo davanti a un agguato. A un tentato femminicidio. A una volontà evidente di annientare una donna

Proteggere le donne è un dovere di tutti

Gentile direttore Feltri,
leggo che è stato finalmente fermato l'uomo accusato di avere aggredito a martellate la moglie su un autobus a Stroncone, vicino Terni. La donna è stata ridotta in fin di vita. Lui era già stato arrestato ad aprile per maltrattamenti e lesioni, aveva il divieto di avvicinamento e indossava il braccialetto elettronico. Mi chiedo: com'è possibile che, nonostante tutto questo, sia riuscito a tendere un agguato alla moglie e a colpirla alla testa con un martello su un mezzo pubblico? A cosa servono certe misure se poi una donna viene quasi ammazzata lo stesso?

Marta Caglioni

Cara Marta,
la tua domanda è la domanda che dovremmo porci tutti, senza ipocrisie e senza la solita melassa retorica che accompagna ogni tragedia annunciata. L'uomo accusato di avere preso a martellate la moglie su un autobus a Stroncone è stato fermato. Bene. Anzi, benissimo. Ma il punto è che avrebbe dovuto essere fermato prima. Molto prima. Prima che quella donna finisse in rianimazione. Prima che un autobus diventasse il teatro di un'aggressione feroce. Prima che un martello venisse usato contro la testa di una moglie già vittima di violenze. Perché qui non siamo davanti al solito caso imprevedibile. Qui gli elementi c'erano tutti. L'uomo era già stato arrestato ad aprile per maltrattamenti e lesioni. Aveva un divieto di avvicinamento. Aveva il braccialetto elettronico. Eppure è riuscito a raggiungere la donna, seguirla o intercettarla su un mezzo pubblico e colpirla con una violenza tale da ridurla in fin di vita.

Non l'ha accarezzata. Non ha perso la pazienza per un istante. Non siamo davanti a una lite degenerata, formula che spesso viene usata per addolcire l'orrore. Siamo davanti a un agguato. A un tentato femminicidio. A una volontà evidente di annientare una donna. Perché chi prende un martello e colpisce alla testa non vuole spaventare. Vuole uccidere. E allora bisogna avere il coraggio di dire che certe misure sono troppo deboli. Il braccialetto elettronico può essere utile in alcuni casi, ma non è una reliquia miracolosa. Non basta applicare un dispositivo al polso di un uomo violento e pensare di avere salvato una donna. Lo abbiamo visto troppe volte: chi vuole colpire trova il modo di aggirare il divieto, di avvicinarsi, di sorprendere la vittima, di strapparsi il dispositivo, di sparire per ore o per giorni. Nel frattempo la donna può essere già morta. Quando esistono denunce gravi, precedenti violenze, maltrattamenti, lesioni, controllo ossessivo, minacce, aggressioni fisiche, il problema non è più monitorare il soggetto. Il problema è impedirgli materialmente di colpire. E in certi casi l'unico modo per impedirlo è il carcere. Punto. So già che qualcuno storcerà il naso: garanzie, diritti, misure proporzionate. Benissimo. Io sono garantista, ma il garantismo non può trasformarsi in suicidio dello Stato né in abbandono della vittima. Se un uomo ha già dimostrato di essere pericoloso, se ricorrono elementi concreti di rischio, se una donna ha già denunciato e il quadro è grave, allora lo Stato ha il dovere di proteggerla davvero, non di fingere di proteggerla con strumenti che spesso si rivelano insufficienti.

E poi c'è l'altro punto, quello culturale, che mi colpisce perfino di più. Questa vicenda accade negli stessi giorni in cui una parte del femminismo italiano si è mobilitata contro gli alpini a Genova. Abbiamo letto dichiarazioni grottesche, accuse surreali, allarmi generalizzati. Una ex consigliera regionale ligure si è detta molestata dagli sguardi degli alpini sul bus. Capisci? Dagli sguardi. Dall'alpino che diventa minaccia pubblica perché guarda. Poi una donna viene presa a martellate in testa su un autobus da un uomo che aveva già precedenti per violenze nei suoi confronti, ed ecco che l'indignazione selettiva si affievolisce. Non vedo cortei. Non vedo mobilitazioni furibonde. Non vedo le solite sacerdotesse del patriarcato stracciarsi le vesti con la stessa energia.

Perché? Perché qui la vicenda disturba la narrazione. Se l'aggressore fosse stato un alpino, un italiano, magari un maschio bianco qualsiasi, avremmo avuto tre settimane di speciali televisivi sul patriarcato nazionale, sulle penne nere, sulla cultura tossica degli uomini italiani. Invece l'aggressore è un uomo marocchino, e allora la parola patriarcato improvvisamente diventa più timida. La furia ideologica rallenta. Il megafono si abbassa. Questo è il doppio standard che non sopporto. Per certa sinistra e certo femminismo militante la violenza contro le donne non è sempre uguale. Dipende da chi la commette. Se la commette il maschio occidentale, allora diventa prova generale di un sistema marcio, di una cultura da abbattere, di una civiltà da processare. Se invece la violenza arriva da contesti culturali dove la donna è spesso ancora considerata proprietà, possesso, creatura da controllare, allora cala l'imbarazzo. Si parla del caso singolo. Si abbassa il tono. Si evita di trarre conclusioni culturali.

Ecco l'ipocrisia. Io non dico che tutti gli uomini stranieri siano violenti, sciocchezza che lascio volentieri agli imbecilli. Dico però che esistono culture più patriarcali della nostra, più arretrate della nostra, più feroci verso le donne della nostra. E negarlo per non disturbare il dogma multiculturale significa tradire proprio le donne che si dice di voler difendere.

La donna di Terni non è stata salvata dagli slogan. Non è stata protetta dai comunicati. Non è stata difesa dalle lezioni televisive sul patriarcato. Aveva bisogno di uno Stato più duro, più rapido, più concreto. Aveva bisogno che un uomo già segnalato come pericoloso non potesse raggiungerla. Aveva bisogno di protezione reale. E invece siamo qui, ancora una volta, a dire bisognava fare di più quando il sangue è già stato versato. Il problema è che in Italia la prevenzione della violenza viene spesso confusa con la burocrazia della prevenzione. Carte, divieti, notifiche, braccialetti, procedure. Tutto formalmente corretto, forse. Ma intanto una donna finisce in ospedale con la testa fracassata. E allora mi permetta: se il risultato è questo, il sistema non funziona abbastanza. Non basta fermare l'aggressore dopo. Bisogna impedire che colpisca prima. Non basta piangere la vittima. Bisogna proteggerla quando è ancora viva.

Non basta indignarsi contro gli alpini per uno sguardo. Bisogna avere il coraggio di guardare in faccia le martellate.

E qui, cara Marta, sta tutta la nostra miseria morale: uno sguardo attribuito a un alpino può scatenare più scandalo di una donna massacrata su un autobus. Se questo è femminismo, allora è un femminismo cieco, selettivo, ideologico. E soprattutto inutile.

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