Non sappiamo se a scriverlo sia stato proprio lui. Ma non sappiamo neppure se Mojtaba Khamenei sia una Suprema Guida reale o puramente virtuale. Il discorso attribuitogli e letto ieri, in sua vece, da una presentatrice tv è però perfettamente in linea con la strategia iraniana.
Una strategia rivolta a incrinare la fiducia nella potenza statunitense, a far leva sulle paure delle monarchie del Golfo e a destabilizzare l'economia internazionale bloccando le petroliere nello stretto di Hormuz. Un arpione a tre punte che Mojtaba, o chi per lui, vuole continuare a brandire contro il Grande e il Piccolo Satana. In verità del Piccolo Satana, o meglio di Israele, manco si parla. L'unico vero bersaglio è quello grosso. Un'America di Trump presuntuosamente convinta di poter chiudere il conflitto grazie alla forza militare, ma spiazzata, fin qui, dalla strategia a tre punte del nemico.
La prima punta è quella usata per bersagliare le infrastrutture americane della regione. «L'Iran annuncia il messaggio - crede nell'amicizia con Paesi vicini e continuerà a colpire solo le basi degli Stati Uniti». Come dire: vi spariamo contro missili e droni, ma non vogliamo farvi del male. Cerchiamo solo di colpire al cuore il vostro alleato statunitense. Un obbiettivo fin qui pienamente raggiunto. In tredici giorni di guerra missili e droni iraniani hanno centrato almeno 17 obiettivi americani localizzati dentro le più importanti basi della regione. A Manama, quartier generale della Quinta Flotta nel Bahrain, nella base aerea di Al Dhafra negli Emirati e in quella di Prince Sultan in Arabia Saudita i droni suicidi hanno danneggiato i sistemi radar. Ad Al Udeid nel Qatar e nelle basi irachene di Erbil e Harir i missili sono caduti sopra hangar e impianti. In tutto questo i nove morti, gli oltre 150 feriti e i miliardi di danni subiti dagli americani dimostrano un'evidente sottovalutazione delle capacità iraniane. Capacità che spaziano dall'abilità nell'individuare i bersagli a quella di perforare le difese antiaeree portando missili e droni sul bersaglio.
Queste vulnerabilità statunitensi rappresentano in prospettiva un tallone d'Achille non indifferente. E il discorso di Mojtaba lo sottolinea. «Tutte le basi statunitensi nella regione - afferma - dovrebbero essere chiuse immediatamente, altrimenti saranno attaccate». Come dire chi non manderà a casa gli americani e continuerà a tenerseli come alleati pagherà per la propria complicità. E l'agenzia di stampa semi-ufficiale Tasnim, legata ai Pasdaran, ha pubblicato un elenco di uffici e infrastrutture gestiti da aziende statunitensi con legami con Israele: Google, Microsoft, Palantir, Ibm, Nvidia e Oracle. Tutte hanno uffici regionali, infrastrutture cloud o centri dati in tutto il Golfo: altri possibili obiettivi.
«Assicuro a tutti - aggiunge - che non rinunceremo alla vendetta per il sangue dei martiri». E qui il riferimento alle peggiori paure delle monarchie del Golfo è evidente. Oggi non abbiamo tempo di punirvi - sembra dire Mojtaba - ma ricordatevi che se gli americani vi scaricheranno dovrete vedervela con noi. Allusione assai chiara alla sorte degli alleati di Washington abbandonati al loro destino in Afghanistan, Iraq e, di recente anche nelle regioni curde del Nord della Siria.
La terza punta menzionata nel discorso è ovviamente quella dello stretto di Hormuz trasformato in prigione delle petroliere. «La leva della chiusura dello Stretto di Hormuz - indica la Guida Suprema - deve continuare a essere utilizzata come strumento di pressione». Anche qui la capacità di condizionare l'economia mondiale è figlia della superficialità strategica del gigante americano.
Un superficialità candidamente ammessa dal Segretario all'energia statunitense Chris Wright pronto a riconoscere in un intervista televisiva che la flotta americana è arrivata nel Golfo senza un piano per scortare le petroliere fuori da Hormuz.