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Guerra

Putin può usare gli “omini verdi” per attaccare la Nato: chi sono e cosa possono fare

Mosca potrebbe rispolverare il modello usato in Crimea: propaganda, operazioni coperte e “negazione plausibile” per mettere alla prova la tenuta dell’Alleanza

omini verdi crimea

Little green men, piccoli uomini verdi, oppure “uomini gentili”. Con questo epiteto sono stati chiamati dagli ucraini i soldati russi che nel 2014, privi di alcun tipo di insegna di nazionalità, hanno effettuato il colpo di mano in Crimea provocandone di fatto l’occupazione e la successiva secessione forzata dall’Ucraina.

Oggi, gli esperti dell’intelligence occidentale riferiscono il timore che la Russia possa riutilizzare il manuale di guerra non convenzionale alla voce “piccoli uomini verdi”, in Estonia.

Chi erano i “piccoli uomini verdi”?

Prima di analizzare quanto sia effettivamente possibile, e soprattutto perché lo sia, è bene ricordare gli eventi e le modalità che portarono all’occupazione illegale della Crimea da parte dei russi con forze non ufficiali.

I “piccoli uomini verdi” sono comparsi in Crimea alla fine di febbraio del 2014: sulla scia delle battute d’arresto dell’ex presidente ucraino Viktor Yanukovych alla fine di febbraio, il GRU russo inviò diverse centinaia di membri del 45esimo Reggimento Spetsnaz in Crimea in incognito per creare una “rivolta popolare” volta a facilitare l’annessione della regione da parte della Russia. Contemporaneamente, gli agenti del GRU usarono la corruzione tra la popolazione di etnia russa per ottenere sostegno all’annessione. Durante questa fase, l’obiettivo russo era quello di creare le condizioni politiche necessarie per una successiva azione militare e paramilitare decisiva.

Tra il 22 e il 26 febbraio, gli agenti avviano la mobilitazione di forze di opposizione attive, tra cui manifestanti e milizie armate. I fattori non cinetici svolgono ancora il ruolo principale nella risoluzione del conflitto, ma le forze irregolari, sia interne che esterne, iniziano ad agire. Questa è la fase in cui si vedono per la prima volta i “piccoli uomini verdi”, che occupano posizioni strategici, infrastrutture critiche e caserme. Inoltre, nel medesimo periodo, la Russia aumentò il ritmo e la visibilità della sua mobilitazione strategica di forze nelle aree di raduno adiacenti alle regioni del Donbass.

Il 28 marzo, l’operazione poteva dirsi definitivamente conclusa: le forze militari e politiche ucraine erano state estromesse dal controllo della Crimea e il presidente russo Vladimir Putin, che sino a quel momento aveva negato la presenza di soldati russi nella penisola, si congratulò ufficialmente e platealmente con gli ufficiali presenti al Cremlino per la condotta dell’operazione in Crimea. In poco più di 30 giorni, la Russia aveva magistralmente condotto un’operazione ad alto rischio senza l’utilizzo di forze militari convenzionali.

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Pro-Russia protests in Simferopol Protesta filo-russa a Simferopol in Crimea il 27 febbraio 2014 (EPA/ARTHUR SHWARTZ) (ARTHUR SHWARTZ/EPA)

La guerra non convenzionale di Gerasimov messa alla prova

Il modello di guerra non convenzionale del generale Valery Gerasimov – capo di Stato maggiore delle forze armate russe - è uno strumento utile per analizzare le azioni di Mosca in Crimea e in Donbass perché chiarisce che gli sforzi politici, economici e di intelligence precedono (e possono persino aggirare) l’azione militare.

Questo modello, desunto dall’analisi delle guerra moderne e contemporanee, implica che lo Stato che conduce la campagna di guerra non convenzionale deve avere il controllo dei catalizzatori e delle crisi che portano all’escalation e alla risoluzione, piuttosto che limitarsi a reagire agli eventi.

Nelle campagne del 2014 in Crimea e in Donbass, la Russia ha di fatto controllato e esercitato un forte controllo sul ritmo di molti degli eventi principali, tra cui fattori culturali e altri fattori non militari che hanno giocato un ruolo decisivo. I “piccoli uomini verdi” sono stati uno degli ultimi tasselli del mosaico che ha comportato la perdita del controllo della Crimea da parte di Kiev.

Questo modello di guerra non convenzionale, o ibrida, non è però infallibile: mentre la Crimea veniva occupata e controllata nella sua totalità nel giro di un mese, il Donbass, dove le azioni russe utilizzanti forze paramilitari in incognito e proxy sono cominciate solo dopo gli eventi in Crimea, non ha avuto la stessa sorte in quanto Kiev ha saputo tempestivamente reagire decifrando le azioni russe dopo l’esperienza fatta nella penisola, sebbene le forze militari ucraine, ai tempi fortemente malridotte, non siano state in grado di eliminare totalmente la minaccia, portando così a un conflitto intestino eterodiretto che è sfociato nell’intervento militare russo a febbraio del 2022.

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At least 19 killed, 97 injured in eastern Ukraine fighting Soldati ucraini in Donbass nell'agosto del 2014. (EPA/IVAN BOBERSKYY) (IVAN BOBERSKYY/EPA)

Qual è il rischio per i Baltici?

Il presidente Putin quindi metterà in discussione la sicurezza e la solidarietà della NATO con un’azione simile nei Baltici e in particolare in Estonia?

Le premesse sembrano esserci: in Estonia e Lettonia la popolazione di etnia o origini russe costituisce circa un quarto del totale, e il Cremlino dal 2023 circa, ha cominciato una campagna mediatica diffamatoria sulla discriminazione della minoranza russa, accusando i due Paesi di russofobia.

Mosca utilizza come campana per propagandare la russofobia dei Baltici attraverso i suoi media, sia nazionali che internazionali, affermando che gli Stati occidentali, in particolare Estonia e Lettonia, siano animati da sentimenti anti-russi. Il presidente Putin ha dichiarato pubblicamente più volte di avere il “diritto e il dovere” di proteggere i popoli di lingua russa in tutto il mondo, non solo in Russia, e a maggio 2026 è stata approvata una legge che permette al Cremlino di avere il potere di dispiegare forze militari all’estero per “difendere i diritti dei cittadini russi” in caso di arresto o incriminazione. Qualcosa che fa pensare non solamente al personale delle “flotta fantasma” di petroliere russe, ma alla possibilità di un casus belli qualora in uno dei tre Paesi Baltici venissero arrestati cittadini russi, come accade durante le manifestazioni pro-russia non autorizzate in Lettonia.

Aggiungiamo anche, per completezza, che la disinformazione del Cremlino si è estesa anche alla Finlandia, recuperando la medesima inconsistente accusa rivolta all’Ucraina: Helsinki sarebbe filonazista, russofoba e starebbe tramando una vendetta militare contro Mosca.

La stessa attività di disinformazione e propaganda russa sta interessando anche la Lituania, che viene accusata di revisionismo storico, sostegno all’ideologia nazista e alimentazione della russofobia. Addirittura il Paese baltico viene additato dal Cremlino come uno dei più russofobi d’Europa. Il caso lituano evidenzia anche un tentativo russo di manipolazione della storia: ad aprile 2025 è stato pubblicato un libro dal titolo “Storia della Lituania” con la prefazione del ministro degli Esteri russo Sergej Lavrov in cui si afferma a chiare lettere che la lingua lituana non esisterebbe e si mette in dubbio la stessa esistenza di un’entità nazionale lituana.

In ultima analisi, che la Russia possa effettuare un’azione sulla falsa riga degli eventi in Crimea del 2014 potrebbe non essere altamente probabile, ma certamente la probabilità non è pari a zero. Mosca potrebbe trovare allettante l’idea di un’operazione in stile “negazione plausibile” che potrebbe minacciare la sicurezza di un membro della NATO e minare la solidarietà e la credibilità dell’Alleanza, e avrebbe anche un pretesto più che spendibile sul fronte interno: far cessare l’uso dello spazio aereo dei Baltici da parte dell’Ucraina per colpire la regione di San Pietroburgo.

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