Guido Keller, il folle volo dell’«aquila» di Fiume

Immaginate la vita di un uomo - nato in un’aristocratica famiglia svizzera, i Keller von Kellerer - che nella prima guerra mondiale diventa un campione volante della squadriglia di Francesco Baracca. Un uomo, di singolare aspetto, che poi diventa il capo della guardia di D’Annunzio a Fiume, e getta un pitale su Montecitorio, in volo. Che poi va in Turchia per aprire una scuola di pilotaggio e una linea aerea; poi a Berlino, come addetto all’aeronautica presso l’ambasciata italiana e a Bengasi come ufficiale pilota. Che, insofferente della vita militare in tempo di pace, si sposta in America Latina - Brasile, Cile, Perù, Venezuela - dove spera di riuscire a fondere con le armi le repubbliche sudamericane per sottrarle all’egemonia degli Stati Uniti. Tutto questo, in meno di quindici anni e essendo un anticonformista anticipatore, fascista e anarchico, intellettuale senza scuole se non la sua, burlone e massone.
Non merita di essere conosciuto, un personaggio così? Invece Guido Keller è pochissimo noto. Non per la brevità della sua vita, ma per la difficoltà di inquadrarla. Come se tutte le esistenze dovessero essere inquadrate: le più appassionanti escono da ogni schema. Eccoci dunque a festeggiare l’uscita di L’uscocco fiumano. Guido Keller fra D’Annunzio e Marinetti, di Alberto Bertotto (Sassoscritto Editore, pagg. 192, euro 15). Ammetto che è arduo trovare una definizione per Keller, ma «fra D’Annunzio e Marinetti» è riduttivo, a meno che non si intenda con il primo gigante la passione di letterato-guerriero, con il secondo la frenesia del creatore-rivoluzionario.
Bertotto, però, è riuscito a restituirci Keller quasi intero. Di più: secondo Bertotto, «se il libro non è romanzo, ma ha caratteri di una scrittura confidenziale e profonda, allora il nostro entrare sarà ancora più penetrante». E la sua scrittura confidenziale e profonda riesce davvero a metterci in profonda confidenza con il «suo Keller», ben aiutato da un apparato fotografico e documentario eccezionale, quasi tutto proveniente dagli archivi del Vittoriale.
Keller era nato il 6 febbraio 1892, a Milano. Ottenne il brevetto di pilota una settimana dopo l’entrata in guerra dell’Italia, e alla fine del conflitto aveva tre medaglie d’argento, per i duelli vinti, le beffe ai danni del nemico, il lavoro di ricognizione e di scorta quotidiano che pareggiava il conto con un comportamento ribelle e indisciplinato. Fu anche abbattuto e fatto prigioniero, ma già dopo una settimana riuscì a fuggire dal campo di prigionia austriaco. Dove volete che lo ritroviamo, finito il conflitto?
Quando D’Annunzio, quasi solitario, dette inizio all’impresa di Fiume, l’11 settembre 1919, trovò a attenderlo gli autocarri che il tenente Guido Keller aveva trafugato da un deposito e che gli consegnò insieme a un immenso mazzo di fiori rossi; nello zaino il giovane ufficiale barbuto portava un teschio – vero - con un fez nero da ardito. Sugli autocarri salirono i 186 granatieri che attendevano l’ora da giorni; poi alla colonna in marcia per Fiume si aggregarono quattro autoblinde di bersaglieri e un numero imprecisato di uomini armati, entusiasti quanto disordinati.
Da «città olocausta», come l’aveva definita D’Annunzio, Fiume divenne, secondo le direttive del Comandante, la «Città di Vita» dove tutto era lecito, anche e soprattutto ciò che la mentalità dei benpensanti giudicava immorale. Uno spirito rivoluzionario e anticonformista animava i legionari, circa diecimila, che vissero la loro stagione di intemperanze con un vitalismo e un’esuberanza mai visti prima. A buon diritto D’Annunzio poté entusiasmarsi per avere plasmato la sua città ideale, dove tutto poteva essere sperimentato e l’avanguardia non aveva limiti all’espressione. Intorno a sé aveva figure fuori dall’ordinario, uomini d’azione, idealisti senza niente da perdere, milionari in cerca di emozioni e giovani che si presentavano a lui come davanti a un oracolo. «La sorte mi ha fatto principe della giovinezza sulla fine della mia vita», mormorò un giorno Gabriele, beato. Chi poteva piacergli più di Keller?
Nero di capelli e di barba arruffati, il pilota era circondato da un alone leggendario grazie alle sue imprese di armi e di sesso. Per la sua passione naturistica e istrionica, a Fiume si era costruito una casetta su un albero, amava passeggiare nudo sulla spiaggia e si divertiva a terrorizzare coppiette girando, con le pudenda in bella vista, per boschetti e giardini. Omosessuale dichiarato, in un’epoca in cui non era così facile, un suo obiettivo era sconvolgere i bigotti con ogni mezzo. Divenne il pupillo del Comandante, che lo nominò suo «segretario d’azione» e gli concesse l’ambito permesso di dargli del tu, estasiato dalle sue performance stravaganti e dalle sue imprese. Per la difesa personale del Comandante, Keller creò una «Compagnia della Guardia» costituita dagli elementi più indisciplinati, quelli che a Fiume non avevano neppure voluto esibire un documento. Il gruppo, subito divenuto disciplinatissimo, assunse il nome «La Disperata», che avrà grande successo nello squadrismo fascista. Ci fu soltanto uno screzio fra i due quando D’Annunzio, per scherzo, fece rapire l’aquila che Keller aveva addestrato a stargli sulla spalla e che aveva chiamato come lui, Guido. Il Comandante dovette restituirla di tutta fretta, a scanso di guai.
Keller era specializzato in colpi di mano, dai più audaci ai più bizzarri, come quando, per sopperire alla mancanza di viveri, cronica nella città, fece razzia di angurie in un campo dove era atterrato appositamente; il peso sfondò l’apparecchio e il pilota fece un insolito bombardamento sui fiumani. A bordo del velivolo aveva sempre un servizio da tè in ottima porcellana e abbondanti dosi di cocaina.
Amico e sodale di Keller era il futuro scrittore Giovanni Comisso, non ancora venticinquenne. Insieme, fondano Yoga, un’«Unione di spiriti liberi tendenti alla perfezione». Né partito né movimento politico, Yoga era un’aggregazione di creativi che concepivano scherzi, burle, azioni dimostrative, per mettere alla berlina gli amanti dell’ordine e della disciplina. Con vero spirito futurista, realizzavano sberleffi teatrali al senso comune del pudore decidendo di sfidare le «più o meno idiote tavole di valori» che la gente per bene definisce «morale».
Intanto, l’esistenza di Fiume era logorata dall’evidente impossibilità a vincere, dai contrasti, dal dubbio che D’Annunzio non fosse davvero il capo ideale, o che – lo si dice sempre quando si ama un dittatore - si fosse «mal circondato». C’era chi ne deplorava le oscillazioni politiche, l’incapacità di dare alla missione un disegno preciso; chi temeva che tra gli uomini e le donne del suo più stretto entourage tramassero spie del governo italiano. Keller arrivò a studiare, insieme a Comisso, un piano segreto per rapire Luisa Baccara, amante del Vate sospettata di manovre oscure o, almeno, di distrarre D’Annunzio. Progettarono di ripristinare un’antica festa veneziana, ancora in uso a Treviso: il «Castello d’amore» consisteva nel fingere una battaglia nel corso della quale avrebbero messo la pianista «in una gabbia come una gallina», ricorda Comisso, per portarla in un’isola deserta insieme agli ufficiali più anziani e di grado superiore, in genere moderati. D’Annunzio forse intuì il progetto, e comunque giudicò la festa «troppo dannunziana» e negò il permesso.
Il colpo di grazia all’impresa giunse il 12 novembre 1920. Il governo italiano, dopo trattative estenuanti, firmò con quello jugoslavo il Trattato di Rapallo, che risolveva la questione adriatica. Fiume sarebbe stata, per il momento, una città indipendente; già nel 1924 passerà all’Italia: mai sarebbe avvenuto senza l’intervento di D’Annunzio. Era un risultato positivo per l’Italia e che rendeva difficile per il Comandante continuare l’impresa, anche perché le potenze internazionali pretendevano che l’accordo venisse rispettato. Molti che avevano sostenuto la causa di Fiume, come Mussolini, giudicarono con favore il trattato, al pari dei fiumani e dell’opinione pubblica, tutti stanchi di quell’avventura.
L’estemporanea reazione di D’Annunzio fu l’ennesima beffa, affidata a Keller. Lo spericolato pilota volò su Roma e lasciò cadere sul Vaticano una rosa bianca con una dedica «a Frate Francesco» (il santo amato dal suo Comandante); sul Quirinale fece piovere sette rose rosse, offerte in dono «alla Regina e al popolo d’Italia»; su Montecitorio scagliò un pitale in ferro smaltato: al manico era legato un mazzo di rape e di carote, con un nastro rosso e la scritta: «Guido Keller, ala azione nello splendore», era il suo motto, «dona al Parlamento e al Governo che si reggono da tempo con la menzogna e con la paura, la tangibilità allegorica del loro valore». L’impresa lo rese celebre in tutto il mondo e gli guadagnò l’eterna ammirazione del Comandante.
Poi Keller partì alla ventura per il mondo e tornò in Italia nel 1928. Aderì al fascismo e al futurismo, ma venne sempre considerato con sospetto per le sue aspre critiche al regime, oltre che per il suo stile di vita. Morì nel 1929 a Magliano Sabina, a 35 anni, in un incidente stradale, come il suo contemporaneo Lawrence d’Arabia. D’Annunzio lo volle sepolto vicino a sé, al Vittoriale.
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