da Los Angeles
Nelle alture dell'Angola c'è un mistero che pochi conoscono e che riguarda gli sfuggenti elefanti fantasma di Lisima, potenziali discendenti viventi del più grande mammifero terrestre mai documentato, l'elefante Henry, ucciso nel 1955 da un cacciatore sportivo e ora esposto al museo Smithsonian di Washington.
La storia degli elefanti fantasma di Lisima viene narrato da Ghost Elephants, da questa settimana su Disney +, documentario che rompe gli schemi del genere naturalistico per addentrarsi in una dimensione quasi metafisica. Diretto dal leggendario Werner Herzog e guidato dal biologo della conservazione Steve Boyes, il film non è solo il racconto di una spedizione scientifica nelle inaccessibili foreste dell'Angola, ma è anche un grido d'allarme e un atto d'amore per ciò che stiamo perdendo per incuria e avidità umana.
Werner Herzog, il regista di Fitzcarraldo, voce narrante del racconto, mette subito in chiaro che la sua opera non è un semplice documentario. "Non parla di elefanti, parla dello spirito degli elefanti, del loro sogno". Per il regista bavarese, la foresta angolana, vasta come l'intera Inghilterra e ancora priva di strade, ponti o infrastrutture a causa dei decenni di guerra, rappresenta uno degli ultimi luoghi in cui la realtà si trasforma in visione cinematografica. Questa inaccessibilità è la salvezza degli elefanti, la difficile geografia protegge dai bracconieri: "Non si può arrivare nemmeno in elicottero, non hanno l'autonomia necessaria", dice Herzog. A piedi sono le mine antiuomo e i fiumi infestati dai coccodrilli a rendere un favore agli elefanti, ma i dati per loro restano drammatici.
"Un secolo fa l'Africa ospitava 10 milioni di elefanti. Oggi ne restano appena 200.000", dice Steve Boyes, lo scienziato protagonista del documentario. Boyes, che ha il cappello, l'aspetto e lo spirito di avventura di Indiana Jones, dipinge un quadro desolante della fauna africana. "La perdita non riguarda solo gli individui, ma la memoria collettiva della specie. Delle oltre 50 grandi rotte migratorie che un tempo solcavano il continente, ne sopravvivono oggi soltanto due. Gli elefanti fantasma dell'Angola sono i superstiti di una guerra civile durata 41 anni, creature che hanno imparato a nascondersi, a diventare invisibili per sopravvivere".
Il cuore pulsante del film risiede nello spirito di collaborazione tra l'alta tecnologia occidentale e la conoscenza millenaria dei tracker, i tracciatori locali, cui basta notare esili segni sulla corteccia di un albero per sapere del passaggio di uno di questi giganti. Boyes racconta di come il National Geographic stia utilizzando tecniche all'avanguardia, come l'analisi del Dna ambientale (eDna). "Con un solo litro d'acqua, dopo l'analisi in laboratorio, possiamo conoscere ogni singolo pesce che ha nuotato in quel fiume nelle ultime due settimane - spiega -, questi dati servono a mappare i corridoi genetici necessari per riconnettere popolazioni di elefanti oggi isolate".
Tuttavia, lo scienziato avverte che la risorsa più preziosa non è tecnologica, ma umana, sono i sistemi di conoscenza indigena. Camminando con tracciatori come Xui, che riconosce la storia di un elefante la sua età, il suo sesso, persino se si tratta di una femmina incinta solo osservandone un'impronta, Boyes ammette i limiti della cultura occidentale. "Fantastichiamo sul fatto che andremo su Marte per salvare la nostra specie quando in realtà basterebbe non perdere l'enorme patrimonio di conoscenza indigena, la loro capacità di vivere nella natura in modo sostenibile". Herzog va oltre, per il filmmaker è l'intera specie umana ad avere ormai un tempo limitato su questa terra. "L'uomo è qui da 200mila anni e non credo che abbia a disposizione lo stesso ammontare di tempo nel futuro. L'uomo scomparirà, rimarranno scarafaggi e coccodrilli e per il pianeta sarà un bene".
Nonostante il pessimismo del regista, Ghost Elephants non è un racconto triste, tutt'altro. "Non è la cronaca di ciò che è andato perduto, o che si va perdendo, ma è un invito a guardare nel profondo dell'animo umano attraverso lo specchio di una natura ancora selvaggia", dice Steve Boyes. Ne è valsa la pena? C'è stato l'incontro con gli elefanti discendenti di Henry? Boyes è riuscito a catturare un'immagine, un'ombra dietro un albero. Con il cellulare, nessuna delle telecamere al seguito è riuscito a fare di più.
"Io, più leggero perché senza grossa attrezzatura, ero più veloce e l'ho visto. Dopo quell'incontro abbiamo seguito le sue tracce per cinque ore, ma non lo abbiamo più incontrato". Non poteva essere altrimenti per un film in cui la dimensione del sogno è importante quanto il racconto scientifico.