I cacciatori sono una specie in estinzione

Egr. Dott. Granzotto, tra i tanti articoli apparsi in materia sul nostro Giornale, non mi pare di aver mai letto una sua presa di posizione sulla caccia. Io non sono cacciatore, ma non mi reputo un ipocrita: pertanto, mangiando con gusto piatti a base di selvaggina, non mi strappo le vesti se questa, prima di finire nel mio ragù, viene abbattuta a fucilate, anziché uccisa a norma di direttiva Ue. Mi sembra che, rispetto a 20-30 anni orsono, la selvaggina sia diminuita (dalle mie parti è rara, almeno in pianura). Ma mi risulta altresì che siano diminuiti drasticamente anche i cacciatori (erano 2 milioni, sono rimasti in 500mila). Mi viene pertanto da pensare che non vi sia un nesso diretto tra la quantità degli animali selvatici e quella dei loro cacciatori: quindi senza caccia le cose resterebbero grosso modo le stesse. E allora mi sorge il dubbio che chi vuole abolire la caccia in realtà non voglia preservare gli animali, ma solo vietare una attività che ritiene non eticamente corretta. Il che è il primo passo su una strada che finirebbe col vietare anche la fettina impanata o le costolette di agnello (salvo che sia sgozzato per ragioni «culturali», ma questo è un altro discorso, ai suoi lettori ben noto).
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Senza arrivare agli orripilanti eccessi di quel fior di gastronomo di Camillo Langone, che si ciba di marmotte e di istrici, anch’io non dico di no alla cacciagione, caro Raucci. Da piccolo (ora è vietato cacciare e quindi consumare uccelli dal «becco gentile», quali i passeracei) mi leccai le dita con la polenta e osèi, che poi gli osèi, gli uccellini, erano tutta pelle e ossa, però buoni da matti. Raggiunta l’età della ragione andai ghiottissimo del beccafico (schidionato, alternato a foglie di alloro e scampoli di lombo di maiale), volatile in seguito diventato introvabile e comunque escluso a norma di legge dai generi alimentari. Oggi, che al massimo ti rifilano quaglie da allevamento (se allevata, una specie può essere tranquillamente accoppata e messa in padella) e quel che è peggio di provenienza cinese, dalla cacciagione mi astengo, a meno di non considerare tale il succoso piccione. Bestiaccia tanto infausta per le sue corrosive cacche, la sua protervia e il ticchio d’accoppiarsi ogni due per tre perpetuandosi a dismisura, quanto eccellente vuoi in tegame, vuoi all’arrosto, vuoi in salmì.
Pur non avendo mai esploso una schioppettata, un tempo anche sulla caccia non avevo pregiudizi. Sarà stato perché di caccia e cacciatori avevo l’immagine che ne diede Renato Fucini nelle sue Veglie del Neri, la stessa che ne dava, per dire, anche Indro Montanelli che si diceva un buon fucile (e certo aveva, finché resse, buona gamba, senza la quale non s’è cacciatori). Poi, purtroppo, mi capitò di toccar con mano la realtà. Fu a una battuta in riserva, dove per l’occasione erano stati liberati fagiani d’allevamento. Pollastri, più che altro, che razzolavano incuranti della presenza di una mezza dozzina di doppiette. Al primo botto si alzarono, anche se solo per riprendere terra qualche spanna più in là. Tutti meno uno, che seguitò pacifico a beccare. Allora uno dei presenti, in elegante tenuta venatoria e tanto di cartucciera alla vita, gli si avvicinò e lo prese a calci. Proprio così, a calci. Costrettovi, il fagiano si alzò prendendo il suo goffo volo e mentre era finalmente a mezz’aria, pum pum, con due colpi il cacciatore lo maciullò. Bon, mi dissi allora: se questa è la caccia, la caccia con me ha chiuso. Non solo con me, a quanto pare, perché come lei mi conferma, caro Raucci, sembra stia chiudendo in generale, facendo dei cacciatori una specie in via d’estinzione. E ciò non per merito del piagnisteo politicamente o eticamente corretto. Ma perché se le togli la signorilità, l’eleganza, direi; se la riduci a cafona mattanza l’arte (l’arte!) venatoria che ragion d’essere può avere?