I "cerchi" di Papetti, la pittura sfonda la quarta dimensione

Tre grandi installazioni dell’artista raccontano "Il ciclo del tempo". Da oggi e fino al 20 settembre Palazzo Reale apre le sue porte, anzi "regala" il suo cortile alle pitture dell'artista milanese

Circondati, chiusi, costretti a girare su noi stessi, a guardarci alle spalle. La pittura mette in trappola il visitatore, lo chiama letteralmente dentro al quadro, non lo molla mai. E se i quadri sono tre, hanno forma circolare e otto metri di diametro, l'esperienza è di quelle che lasciano il segno. Stiamo parlando de «Il ciclo del tempo» del milanese Alessandro Papetti, tra i più significativi artisti italiani in circolazione.
Da oggi e fino al 20 settembre Palazzo Reale apre le sue porte, anzi «regala» il suo cortile alle pitture di Papetti, racchiuse in un'unica intensa installazione all'interno di una tensostruttura. Qui tre grandi ambienti pittorici circolari si rincorrono l'uno con l'altro per una mostra che stravolge la normale fruizione dell'opera d'arte: la pittura diventa installazione, la visione frontale si abbandona per uno sguardo a 360 gradi che costringe il visitatore a muoversi di continuo. Soprattutto, a entrare fisicamente nell'opera. Acqua, aria e bosco sono i temi scelti da Papetti per ciascuno dei cerchi pittorici che compongono l'installazione prodotta da Palazzo Reale e Italian Factory e a cura di Achille Bonito Oliva all'interno di un progetto che intende collegare le mostre di arte antica e moderna ospitate nella sede espositiva alle creazioni di artisti contemporanei.
L'acqua di Papetti, soprattutto il caro tema del bagno notturno, ricorrente nella vasta produzione di corpi nudi e sospesi, quasi fluttuanti in un blu cupo o elettrico, evoca le atmosfere di Monet e di un altro tempo, anch'esso circolare, che è quello delle sue ninfee, cui è dedicata la mostra in corso a Palazzo Reale fino al 27 del mese. Poi c'è l'aria, dove si esprime tutta l'energia di Papetti, da sempre amante delle grandi dimensioni, ritratte con una pittura fatta di pennellate lunghe e veloci. Acqua, aria e infine terra, o meglio bosco, dove un intricato intreccio di rami lascia posto a qualche sprazzo di luce.
È tornata di moda la figurazione? La Biennale Veneziana lo ha dimostrato, ma i suoi esiti migliori arrivano dal lavoro di chi, come Papetti, in fondo la pittura l'ha trasformata in qualcosa d'altro. Dimensioni grandi, spesso grandissime (per le quali ha allestito una casa-studio su misura), colori stratificati, pennellate vigorose, la scelta di temi (bagnanti, spazi industriali) ricorrenti: la pittura di Papetti non si accontenta di essere vista, richiede di essere esplorata, vissuta, quasi toccata. Il progetto, cui l'artista milanese ha lavorato per oltre un anno e per il quale ha allestito anche un atelier negli spazi della Fondazione Catella dove il pubblico poteva osservare una delle opere ora esposte, nasce dalla volontà di mettersi in discussione. È lo stesso Papetti a spiegarlo: «Volevo ripensare e approfondire la mia posizione e il mio atteggiamento nei confronti della pittura». Da qui la necessità di uno spazio pittorico circolare, di imponente dimensione, dove non esiste un alto e un basso, né un inizio e una fine. Per affrontarlo l'artista deve per forza chiudervisi dentro, e invita il pubblico a fare altrettanto.
Lo farà anche oggi all'inaugurazione (ore 18), insieme al critico Flavio Arensi e all'assessore alla Cultura Massimiliano Finazzer Flory ed è un piacere constatare che l'artista dai capelli lunghi sale e pepe abbia nella "sua" Milano un riconoscimento ufficiale dopo le tante esposizioni in gallerie private. Perché se è vero che Papetti non è nuovo a Palazzo Reale (Sgarbi lo invitò a una mostra collettiva di due anni fa sull'arte italiana), se è vero che da giovane attirò con i suoi suggestivi ritratti l'attenzione di Giovanni Testori, se è vero che oggi collabora con numerose gallerie italiane e straniere, la sua pittura è il frutto, fin dagli anni di Brera, di un lungo confronto con i maestri del passato. Giacometti, gli impressionisti, Tintoretto: «Siamo tutti figli di qualcuno - dice - e quando nella tua pittura si leggono i padri, se i padri sono stati grandi per me è un onore che sia riconosciuto. In pittura non si inventa nulla, è il modo che fa la differenza».