Per i comunisti anche l’asfalto diventa berlusconiano

E' un modo di ragionare tipico deglia nni 50, quando il Pci si oppose alla metro di Torino. Un esempio? Liberazione, il giornale di Rifondazione, contro la realizzazione di nuove autostrade

Sotto una grande foto dell’ingorgo al Passante di Mestre si legge: «Asfalto selvaggio». Così ieri titolava in prima pagina Liberazione. Per il tabloid che vanta d'essere «giornale comunista», l’asfalto non è selvaggio, cioè bestiale, inospitale, per i poveri automobilisti ai quali accade di friggervi imprigionati nei serpentoni di lamiere. No, è selvaggio perché si programma di distenderne altro manto, riesumando «dal piano regionale dei trasporti del 1990», roba d’un altro secolo, quello di Checco e Nina, «la Pedemontana veneta. Altri 95 chilometri d’asfalto, destinati a distruggere interi ecosistemi, per un costo di 2 miliardi e 391 milioni». Sorvolando sul fatto che non si è mai visto mezzo o un quarto di ecosistema, che o è intero o non è, questa è dunque la risposta comunista ai disagi di chi si è messo in auto in queste settimane di mezz’agosto: troppo asfalto, ciò che si traduce nella «sciagura politica della mobilità che sposa il trasporto su gomma e gonfia la rete autostradale».
Un modo di ragionare, quello dei veterocomunisti, assai interessante perché attiene all’antiquariato, se non decisamente alla archeologia del pensiero politico. È come se per lo choc provato, la caduta del Muro di Berlino avesse dapprima fatto regredire agli anni d’oro del Pci - gli anni Cinquanta - l’attività cerebrale dei più trinariciuti dei compagni, quindi ne avesse bloccato le funzioni impedendogli di prendere atto, quanto meno, che il tempo passa e le cose si evolvono. Sono della fine degli anni Cinquanta, infatti, le dure battaglia del Pci contro mezzi e vie di trasporto che non fossero collettive e perciò stante proletarie. Le automobili come le autostrade, l’insieme del «trasporto su gomma» che non fosse quella dei copertoni delle biciclette, mosse dalla forza bruta dell’homo faber e quindi marxisticamente in regola, veniva tacciato di reazionario, plutodemocratico e antirivoluzionario. È ben noto che allorché il consiglio comunale di Torino, città in simili faccende sempre all’avanguardia, prese in esame in quegl’anni la proposta per la costruzione della prima linea della Metropolitana, dopo franco e appassionato dibattito il sindaco, mi pare fosse Diego Novelli, tagliò corto con un sonoro «Niet». Niet perché a differenza del tram, mezzo di trasporto proletario, la metropolitana era ritenuta un balocco per ricchi, uno sfizio delle classi sociali parassite. E tram fu.
Che oggi il proletariato risulti estinto, che la classe operaia se non il paradiso si sia conquistata, dopo il diritto alle ferie, quello di recarvisi a bordo d’una automobile possibilmente fornita di climatizzatore e di navigatore, e non con l’accelerato delle 9 e zero cinque per poi proseguire a piedi o a dorso di mulo fino alla destinazione finale, sono cose che ai comunisti di Liberazione sfuggono. Non ci arrivano, insomma. Che il «trasporto su ferro» sia sì una gran cosa, ma abbia l’inconveniente di andare da qui a lì senza consentire deviazioni, diversioni e scarti di percorso per consegnare passeggeri o merci, il cui volume è aumentato mica male in questi ultimi cinquant’anni, è un’altra cosa che ai compagni di Liberazione non vuole entrare in zucca. Per loro, inchiodati cerebralmente agli anni Cinquanta, l’asfalto - la Pedemontana! - resta sterco del diavolo, un diavolo borghese e reazionario. E anche un po’ berlusconiano, che non guasta mai.

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