I custodi del Po

Sono in 300, soprattutto geometri e ingegneri. Gestiscono le più sconosciute tra le grandi opere italiane: canali, chiuse, 3.600 chilometri di argini sul bacino del grande fiume. E oggi sono in prima linea contro i cambiamenti climatici

di Angelo Allegri

A Nord di Milano c'è il Seveso, che a cadenza regolare minaccia di allagare i paesi lungo il suo corso e un paio di quartieri del capoluogo: i lavori per sistemarlo valgono un centinaio di milioni. Nella bassa modenese, invece, a far paura è il Secchia: nel 2014 la rottura degli argini rovesciò sulle campagne vicine 30 milioni di metri cubi d'acqua. I cantieri per rinforzare le difese sono aperti, la spesa toccherà quota 120 milioni. Nella zona di Parma il caso più delicato è quello del torrente Baganza (60 i milioni stanziati). Poi, come sempre, c'è da tener d'occhio il delta del Po, dove la terra va protetta dal fiume ma anche dal mare.

«L'elenco potrebbe continuare, ma tra tutte le grandi opere ce ne sono alcune di cui non si parla mai», sorride divertito Luigi Mille. «Forse perchè a fare i conti con il grande fiume siamo abituati da secoli». Mille, bresciano, è ingegnere idraulico, occuparsi d'acqua per lui è una vocazione e un dovere d'ufficio: da un palazzo nel centro di Parma guida l'Aipo, l'Agenzia interregionale per (...)

(...) il fiume Po, incaricata di sorvegliare l'antico Eridano e i suoi affluenti.

Il nome Aipo può sembrare, ed è, burocratico. Ma l'ente è erede di una tradizione antica, quella del Magistrato dei Savi della Serenissima Repubblica di Venezia, creato nel XIV secolo. Per i veneziani governare le acque è ancora questione di vita e di morte. La stessa cosa, anche se sembra meno evidente, si può dire per gli abitanti della pianura padana.

Nel 1330 un'alluvione nel Polesine e nel mantovano provocò 10mila morti. Nel 1705 toccò alla zone di Modena, Ferrara e ancora Mantova: gli annegati furono 15mila. Nel secolo scorso il peggio accadde nel 1951 e chi ha una certa età se lo ricorda ancora: le acque ruppero gli argini a Occhiobello, l'intero Polesine per oltre 100mila ettari fu inondato. Alla fine i morti furono 89.

REGOLE COMUNI

A quel punto si decise di creare un ente unitario che si occupasse di tutto il bacino, recuperando un nome antico, «Magistrato delle Acque». Nel 2003 la palla passò alle Regioni: Piemonte, Lombardia, Emilia e Veneto crearono un'agenzia comune che coordinasse gli interventi. «In Italia siamo l'unico organismo interregionale con compiti operativi», spiega l'ingegner Mille. «E questo spiega anche le nostre regole: da noi le decisioni si prendono all'unanimità, tutte le Regioni coinvolte devono votare insieme».

I poco più di 300 dipendenti dell'Aipo, soprattutto ingegneri e geometri, studiano e fanno eseguire gli interventi necessari alla salute del fiume più lungo d'Italia. Il loro campo d'azione si estende su oltre 70mila chilometri quadrati e più di 3mila comuni. Nelle situazioni d'emergenza incrociano previsioni meteorologiche e misurazioni idrometriche e, insieme alla protezione civile, da una sala di controllo nel quartier generale di Parma, prendono le decisioni del caso: la chiusura dei ponti, il rafforzamento o la copertura degli argini, nei casi più gravi l'allagamento di aree di assorbimento dell'acqua. L'ultima crisi è del novembre scorso: due ondate di piena con l'ultima che ha superato la soglia più alta di criticità. A complicare le cose le violente mareggiate sul delta veneto con il mare che faceva da tappo al deflusso delle acque del fiume. La portata in alcuni momenti ha sfiorato i 9mila metri cubi al secondo. Sempre al di sotto, però, dell'ultima grande piena degli anni recenti, quella del 2000, in cui la portata aveva toccato anche i 13mila metri cubi.

«Oggi dobbiamo tenere in considerazione due fenomeni che un tempo non c'erano», racconta Mille. «Il primo è la sempre maggiore antropizzazione. Più abitanti, case e cemento rendono il suolo meno permeabile e le precipitazioni più temibili». L'altro fattore nuovo è quello climatico. «I fenomeni diventano sempre più intensi e frequenti. La tendenza è quella di un clima che da temperato si va facendo monsonico». Le conseguenze potenziali possono essere pericolose: «In questo momento la situazione più delicata è quella di alcuni affluenti. C'è una accelerazione anche nei tempi: tra fenomeni atmosferici e piena a volte è questione di ore».

Le contromisure come ovvio ci sono, ma costano: in un recente convegno è stato fissato in 500 milioni l'investimento necessario per rafforzare e mettere in sicurezza i 3.600 chilometri di argini del bacino padano (solo gli argini del Po in senso stretto sono lunghi più o meno 1.000 chilometri). L'altra strada per disinnescare potenziali bombe d'acqua sono le cosiddette «vasche di laminazione»: bacini di sicurezza in cui, quando è necessario, viene convogliata, in tutto o in parte, l'acqua in eccesso. È la via utilizzata per neutralizzare il Seveso. Con l'inevitabile malumore di qualche comunità, costretta a sacrificare per il bene comune parte del proprio territorio. «In questo caso la soluzione era particolarmente difficile», spiega Mille. «Ci sono paesi lungo il corso del Seveso che hanno un tasso di antropizzazione del 95%, il suolo è pressochè totalmente cementificato».

SABBIA PREZIOSA

Alla salute del bacino non hanno contribuito i comportamenti del passato. Tra gli anni Sessanta e gli anni Novanta del secolo scorso è stata intensa su molti tratti del Po l'attività delle cave, che estraevano sabbia dal letto del fiume. La rottura dell'equilibrio naturale ha effetti dannosi che si notano però sui tempi lunghi: «L'abbassamento dell'alveo stravolge il sistema, ha conseguenze negative sul regolare flusso degli affluenti, aumenta la corrente e anche l'erosione degli argini», dice Mille. «Per questo il prelievo è oggi strettamente regolamentato».

Le bizzarrie climatiche non hanno aiutato nemmeno quella che è l'altra missione dell'Aipo, contribuire a incrementare il trasporto d'acqua, considerato un'alternativa ecologica a quello su terra, in grado di alleviare la pressione soprattutto sulle infrastrutture stradali. «Il Po rientra in tutti i progetti europei per la creazione di efficienti sistemi di navigazione interna», dice Mille. Dal Mincio al mare il sistema è garantito dalla cosiddetta Idrovia Mantova-Adriatico, un canale che corre parallelo al Po con una profondità garantita di 2,50 metri, del tutto confrontabile con quella di altri fiumi europei utilizzati come via commerciale, per esempio il Reno nella parte tra Strasburgo e il mare.

LA STRADA È APERTA

Dal porto di Mantova partono e arrivano lamiere e altri prodotti siderurgici, migliaia di tonnellate di fertilizzanti e altri prodotti sfusi, container (circa 3mila fino a un paio d'anni fa). I problemi, però, soprattutto per quanto riguarda gli altri tratti del fiume, si chiamano navigabilità e convenienza economica. Quanto al primo aspetto per rendere sostenibili progetti commerciali di trasporto merci bisogna garantire il passaggio per un numero di giorni che va dai 240 ai 300 all'anno.

Nel 2018 la soglia è stata raggiunta anche nell'importante tratto compreso tra la foce del Mincio e Cremona, lungo 120 chilometri, che ha fatto segnare circa 250 giorni di navigabilità per pescaggi fino ai 2 metri. Ma le irregolarità climatiche con un alternarsi più accentuato di piene e di periodi di siccità non sembrano dare una mano. A questo si aggiunge il problema dei costi: trasferire materiali da ferrovia e strada a imbarcazioni fluviali aumenta di solito le spese. «È un po' come per le energie alternative. All'inizio sono state sostenute con incentivi importanti. Se si vuole dare impulso alla navigazione fluviale non ci sono altre opzioni: bisogna seguire questa strada», conclude Mille.

I tempi non sembrano maturi. Ma gli sforzi continuano. Meno di due anni fa è stata inaugurata la conca dell'Isola Serafini, tra Cremona e Piacenza. Consente di navigare anche oltre la centrale elettrica di Monticelli d'Ongina. La via (d'acqua) verso il Ticino e il Piemonte è aperta.

Angelo Allegri

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