«I Guns N’Roses? Mai più Preferisco ballare da solo»

Se poi risponde con un «hello!» squillante e riposato alle otto del mattino, allora vuol dire che addio caro vecchio Slash: è arrivato quello nuovo, dopotutto la vita no limits non va più di moda. «Prima la facevo ma mi sentivo un coglione». Comunque si è sentito così per un bel po’, diciamo una ventina d’anni, da quando nei Guns N’Roses era quello sotto tuba e riccioloni che suonava gli assoli favolosi di Sweet child o’ mine o November rain. Duecento milioni di dischi venduti, per dire. Poi intorno a metà Novanta è cambiato tutto tranne la sua tuba: la follia di Axl Rose ha fulminato i Guns N’Roses e Slash ha iniziato a suonare con chiunque, persino Ray Charles e Jerry Lee Lewis, pur di mantenere la promessa fatta da ragazzino all’insegnante che gli faceva ascoltare i Cream: «Il rock sarà la mia vita». Per capire com’è ora, questa sua vita a 45 anni, basta ascoltare il cd Slash, che esce su Roadrunner in edizione deluxe: diciassette brani questi sì no limits, tredici cantanti diversi e una sola chitarra, la sua Gibson Les Paul, che ha sempre quella voglia matta di piangere, urlare, ridere e, almeno lei, ubriacarsi ancora.
Però, caro Slash, stavolta suona anche per una lady del pop, Fergie dei Black Eyed Peas.
«Grande voce rock, altro che».
Non si direbbe.
«L’ho incontrata a uno show di beneficenza. Ha cantato un pezzo dei Led Zeppelin: non ci potevo credere quant’era brava».
Per compensare, ha chiamato anche vecchi arnesi del rock duro come Ozzy Osbourne e Lemmy dei Motorhead.
«Ma lo sa che Lemmy è nato nella mia stessa cittadina, Stoke on Trent in Gran Bretagna?».
Lui è rimasto fedele alla linea: a 66 anni picchia ancora duro.
«Io no, non ce la facevo più».
Dieci anni fa ha avuto un arresto cardiaco.
«Ero in tour, mi hanno salvato mia moglie e il mio manager chiamando il medico. Avevo esagerato. Da allora ho un defibrillatore».
Fine degli eccessi?
«No, sono andato avanti ancora un po’. Ci vogliono tempo e fatica a smettere, diciamo che sono pulito da cinque anni».
Ma come mai ha iniziato a sporcarsi?
«Da ragazzino provi a imitare la vita dei tuoi idoli musicali, tutti strafatti. A dir la verità non mi drogavo quando ero in tour o in studio di registrazione: bevevo solo quantità impossibili di whisky. Iniziavo a drogarmi a casa perché mi annoiavo: e allora mi facevo di tutto. Poi ho cominciato a sentirmi un cretino con tutti quegli spacciatori sempre intorno. Ci ho impiegato tantissimo a uscire da quella schiavitù. Ma ora non ci posso credere».
A che cosa, scusi?
«A quanto sto bene. Se l’avessi saputo prima...».
Non avrebbe neanche iniziato con i Guns N’Roses?
«Macché, per me sono stati fondamentali».
Quanti le chiedono se vi riunirete quasi vent’anni dopo lo scioglimento?
«Tanti. Ma a tutti rispondo che per mettere d’accordo Axl e me ci vorrebbe un miracolo».
Lui l’ha persino definita «un cancro».
«Appunto. E io non credo ai miracoli».
Magari potreste riunirvi anche per un solo concerto come i Led Zeppelin nel 2007.
«Sarebbe un miracolo».
Allora continuerà con la sua band. Il 28 luglio sarà all’Arena Civica di Milano e il giorno dopo al Rock in Roma alle Capannelle.
«In tour trovo la mia dimensione giusta. La chitarra è la mia vita».
Il miglior assolo della storia del rock?
«A me piace da matti quello di Can’t you hear me knocking da Sticky Fingers dei Rolling Stones».
Lei ha suonato per chiunque, persino Michael Jackson.
«Quando ci siamo incontrati, mi ha dato una libertà assoluta. E io lo rispetto molto».
Ma ha fatto anche un assolo per Vasco Rossi.
«Vasco!».
Nel brano Gioca con me.
«E l’ho anche incontrato, ma non ricordo se a Los Angeles o in Italia. Sa, sono un vagabondo e i ricordi si accavallano».
Ma come, dicono che ora sia marito e padre modello.
«Sì però da ben due settimane sono nella mia casa di Beverly Hills e ogni giorno non vedo l’ora di scendere giù nel mio studio di registrazione».
Hobby? Letture?
«Sto leggendo For whom the bell chimes di Graham Greene».


Niente scrittori italiani?
«Intende Umberto Eco?».
Non solo. Magari Roberto Saviano.
«Ma no, direi che per capire la mafia italiana mi bastano i libri di Mario Puzo: spiegano bene quello che è davvero un cancro, altro che Axl e i suoi insulti».

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