I Kennedy? Tanta retorica, poca sostanza

Politicamente parlando, Edward Kennedy, scomparso ieri a 77 anni, era morto una sera d’estate di quarant’anni fa. Era ubriaco, al volante, reduce da un party, una giovane e bella segretaria al suo fianco, Mary Jo Kopechne. L’auto aveva sbandato in curva, mentre stava imboccando troppo velocemente un ponticello di legno, e si era rovesciata nel canale di Chappaquiddick, lì dove la marea del Pacifico andava ai infrangersi. Dei due passeggeri era riemerso solo lui, ma Mary Jo non era morta e una bolla d’aria formatasi nell vettura dove era rimasta incolume ma incastrata, l’aveva tenuta in vita nell’attesa e nella speranza di un soccorso.
Ted era allora un senatore del Massachusetts e l’ultimo figlio maschio di una dinastia che aveva dato agli Stati Uniti, in rapida quanto tragica successione, un presidente assassinato e un candidato alle presidenziali ucciso allo stesso modo. Era un trentasettenne alto e sportivo, un gran cacciatore di gonnelle stando ai compagni di liceo e di università, «la forza fisica di un animale», stando alla sorella Jean, «il miglior politico della famiglia» stando al fratello John, ovvero il presidente morto a Dallas. Dei tre giudizi, i primi due si rivelarono in qualche modo fondati: una ragazza con cui finire a letto la serata, la fisicità che ti fa uscire dall’abitacolo e ti riporta in superficie dai tre metri d’acqua in cui sei finito... È sul terzo però che andava giudicato l’uomo, e quindi il politico, ed è sul terzo che la dinastia dei Kennedy naufragò per sempre quella notte. Invece che pensare a salvare la sua compagna, il senatore pensò a salvarsi dallo scandalo: l’ubriachezza, l’incidente, la segretaria, un politico cattolico «morigerato» e padre di famiglia... Ci mise dieci ore prima di andare alla polizia, troppe perché quella bolla d’aria a cui Marie Jo si era affidata resistesse all’acqua nera che la circondava...
Edward Kennedy rimase senatore, l’inchiesta venne manipolata, se la cavò con una condanna a due mesi con la condizionale, riebbe la patente, provò egualmente, undici anni dopo, a candidarsi per la Casa Bianca, ma i democratici, il suo partito, preferirono comunque un Jimmy Carter al minimo storico della popolarità a chi faceva bellissimi discorsi (tutti i Kennedy furono straordinari oratori) sul coraggio individuale, ma messo alla prova si era dimostrato poca cosa, un immaturo, un debole e un vigliacco per dirla crudamente. Più tardi, quando su di lui e sul nipote William piombò l’accusa di stupro durante una delle tanti notti brave nella villa della dinastia in Florida, uscì male anche da quella vicenda, una sorta di satiro in orgia perenne. Lasciò allora la moglie alcolizzata e qualche anno dopo si risposò con l’avvocatessa che in quel processo aveva tirato fuori dai guai zio e nipote.
È curioso come in quasi tutte le vicende legate ai Kennedy sesso e tragedia vadano a braccetto. La morte in diretta di John Fitzgerald Kennedy trasformò quella che era una vita imperfetta in una saga, una Camelot del XX secolo, una corte-clan tanto irreale quanto esteticamente appagante: il giovane presidente bello, ricco e colto, la moglie affascinante ed elegante gli splendidi bambini... Eppure, se si va a scavare un po’ più in profondità si scopre che quegli elementi attestanti una nuova America avevano fatto di Kennedy non l’eletto del Signore, ma di una maggioranza dello 0,2 per cento: poco più di centomila voti meglio del suo rivale, il legnoso e odiato Richard Nixon. Il carisma, la potenza familiare, l’incredibile organizzazione della campagna elettorale lo fecero vincere, insomma, di un’incollatura. Il mito, in quell’anno di grazia 1960 (l’insediamento avvenne il 20 gennaio del 1961) non era ancora tale.
Quando prese il potere, Kennedy rappresentava in realtà molte istanze, confuse e contraddittorie: non fu lui a modellare quest’ultime, ma furono quest’ultime che modellarono lui. Fu un uomo delle «minoranze» perché egli stesso proveniva da una minoranza, quella cattolico-irlandese e quindi il suo elettorato non poteva che essere lì; fu l’uomo del «dialogo» e del «disgelo» e, contemporaneamente, fu l’uomo della Baia dei Porci, la tentata invasione di Cuba, della crisi dei missili, dell’intervento in Vietnam. Fu il teorico di una «nuova frontiera» interna, ma dovette accontentarsi di seguire una sorta di New Deal, sottoposto a maquillage e bloccato nei suoi atti più concreti dal voto contrario del Congresso. Ancora, fu l’uomo dal sesso ingordo e ossessivo, mercenario e no, intorno al quale veniva recitata l’edificante commedia della quiete domestica...
Se un leader si riconosce anche dalle sue frequentazioni, J. F. K. non esce avvolto da una aureola. Alla immagine commovente del piccolo John-John (morto anche lui, dieci anni fa in un incidente aereo sconclusionato) che saluta la bara del padre, fa da contrappunto inquietante quella della moglie-vedova, la sottana imbrattata di sangue trascinata dappertutto come un simbolo, quella stessa moglie-vedova che appresa l’identità dell’assassino se ne esce con la stupefacente frase riportata da William Manchester, biografo non sospetto: «Questo svuota la sua morte di ogni significato. Non ha neppure avuto la ventura di essere ucciso per i diritti civili, per la causa dei negri. Doveva essere un piccolo ridicolo comunista ad assassinarlo». Jackie avrebbe preferito insomma un presidente morto di «guerra civile» ad uno morto di «anticomunismo»... Ma anche gli «uomini del presidente» non erano all’altezza di una presidenza, componenti di una «banda» più che funzionari di uno Stato. Dall’Air Force One che riportava il feretro a Washington, uscirono quindici uomini del «clan», con la vedova in testa. Il neopresidente Johnson dovette attenderne la partenza, prima di scendere, a sua volta, la scaletta dell’aereo. Non ci fu rispetto per il morto, né coscienza di che cosa fosse servire una nazione.
Le tragedie, si sa, segnano le vite e le ridisegnano. John e Robert Kennedy passarono alla storia non per quello che erano, ma per ciò che si decise sarebbero potuti e/o dovuti essere. Alla realtà si sovrappose il mito e lo rimodellò secondo i desideri e le speranze di una nazione. Solo con Edward, il più piccolo dei fratelli, ciò non avvenne, condannato in vita a non essere morto in tempo.

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