da Trieste
“Aiuto, mio Dio, muoio” sono le ultime parole di papà - racconta Malvina con gli occhi lucidi - Perchè italiano i partigiani di Tito gli hanno sparato davanti ai miei occhi. Sono venuta alla foiba di Basovizza a portare la mia testimonianza , la fede, l’amore per l’Istria perduta”. Oggi ha 88 anni e nel 1945 ne aveva 7 quando i partigiani di Tito hanno ammazzato il padre, Antonio Deltreppo. Il giorno del Ricordo della tragedia delle foibe ed il dramma dell’esodo tiene stretto l’attestato con la medaglia conferita dal presidente Giorgio Napolitano, “in riconoscimento del sacrificio offerto alla patria”. Accanto a lei, vicino al palco delle autorità, un’altra anziana, ha in mano la foto in bianco e nero di Norma Cossetto, “mia cugina”, violentata ripetutamente ed infoibata nel 1943. Fra il pubblico i giovanissimi eredi della “martire” istriana con il tricolore al collo assieme alle scolaresche giunte da Avellino al Veneto per il 10 febbraio. Il Giornale ha organizzato un viaggio nella memoria per non dimenticare la pagina di storia a lungo strappata con una trentina di lettori arrivati da mezza Italia. “A scuola ci hanno insegnato che il 25 aprile la guerra è finita - racconta Giorgio Bauce - Ma in queste terre ha avuto inizio un’altra tragedia rimasta a lungo un tabù”.
La prima tappa sabato al sacrario di Redipuglia, dove il colonnello Massimiliano Fioretti, in mimetica, ci ha ricordato il sacrificio di centomila soldati nella grande guerra. I resti terreni, tanti senza nome, sono sepolti sotto una monumentale gradinata con all’apice tre grandi croci. E ad ogni gradino si ripete all’infinito, scolpita nel marmo, la parola “Presente”. Il viaggio è continuato a Gorizia, con il gioviale sindaco Rodolfo Ziberna, oramai non più divisa dalla fine delle seconda guerra mondiale con Nova Gorica, ma unita come capitale della cultura 2025.

L’unico sfregio la grande scritta “Tito" in pietra bianca sulla collina slovena che domina il capoluogo isontino. A Trieste abbiamo toccato con mano le cicatrici dei totalitarismi del ‘900. Dalla Risiera di San Sabba, campo di fucilazioni, impiccagioni e smistamento verso i lager nazisti, al Magazzino 18, nel porto vecchio, dove una buona parte degli almeno 300mila istriani, fiumani e dalmati fuggiti davanti agli infoibamenti e dalle violenze di Tito hanno abbandonato le loro masserizie. Mobili, piatti, ritratti, valige, un pianoforte, il Tricolore divorato dal tempo e centinaia di sedie raccolte alla rinfusa, che ti danno il senso dell’esodo. “Abbiamo tante foto di esuli, ma anonime e masserizie con il nome dei proprietari, ma senza volto” spiega Piero Delbello, che ha curato l’allestimento di questo pezzo di storia rimasto fermo al dopoguerra.
Roberto Menia, senatore di Fratelli d’Italia, primo firmatario della legge del Ricordo delle foibe e dell’esodo, ha incontrato i lettori da Pepi, il buffet storico di Trieste dove si mangia salsicce e crauti.
“Questo viaggio - dice Lucia Tibaldi, che assieme al marito Fabrizio viene da Milano - è uno spiraglio di luce su verità nascoste ed atrocità perpetrate dall’uomo sui suoi simili a guerra già finita”.

Non solo gli oltre diecimila italiani infoibati per costringere un popolo alla fuga, ma con la pulizia politica e ideologica dei compatrioti slavi di Tito che non volevano il comunismo. Sloveni, croati, serbi, che avevano combattuto a fianco dell’Asse o come partigiani monarchici. La vicina Slovenia è un cimitero a cielo aperto di 100mila vittime, dove sono state individuate oltre 700 fosse comuni, foibe, cave e grotte. Il sangue dei vinti che non erano angeli, “ma non puoi ammazzare, a guerra finita, l’80% delle persone che hai nelle tue mani, senza alcun processo” denuncia Joze Dežman, presidente del Comitato governativo che ha portato alla luce gli eccidi di Tito. Spesso prigionieri di guerra in Austria consegnati ai loro aguzzini dagli inglesi. E per di più, mescolati ai “nemici del popolo”, sono stati trucidati familiari innocenti, preti, medici, insegnanti e borghesi. A differenza di tante nostre scuole che storcono ancora il naso per mandare gli studenti sulla foiba di Basovizza, nel collegio di Lubiana, trasformato in terribile prigione dopo la fine del secondo conflitto mondiale, che oggi ospita più istituti superiori, sono esposti i dipinti, i graffiti, le frasi che ricordano l’orrore.
I morituri venivano trasferiti in vagoni piombati verso la foresta di Kocevje dove Dezman ci accompagna, in una giornata fredda e uggiosa, sull’orlo delle voragini dello sterminio. La prima che si inabissa nel verde cela ancora migliaia di corpi e dalla seconda sono stati riesumanti i resti di 3540 vittime. Quindicimila i massacrati sloveni a guerra finita, compresi duemila civili. Un quarto di milione, si stima, in tutta la Jugoslavia dal maggio 1945. Alla domanda di un lettore se qualcuno rimpiange Tito, Dezman risponde senza peli sulla lingua: “La Jugonostalgia è folclore, ma il progressismo occidentale rappresenta un pericolo maggiore”.

Il viaggio nella memoria del Giornale non poteva che concludersi il 10 febbraio alla cerimonia del Ricordo davanti alla foiba di Basovizza. Il ministro e vicepremier, Matteo Salvini, saluta i giovani delle scuole presenti ed i nostri lettori, che davanti al picchetto d’onore, la messa solenne, la tromba che intona il silenzio provano un’emozione unica. Enza Lentinello, 80 anni, ha insegnato tutta la vita: “Da questo viaggio imparo che la verità non deve mai fare paura e la violenza non va dimenticata a 360 gradi”. Lungo il tragitto della memoria abbiamo incontrato il generale degli alpini in congedo Bruno Petti, che ci ha raccontato di quando “combatteva” la guerra fredda al confine orientale, i rappresentati degli esuli più concilianti come Renzo Codarin e il battagliero Massimiliano Lacota. Il sindaco di Cinisello Balsamo, Giacomo Ghilardi, che è venuto a Trieste a firmare una convenzione con l’Unione degli istriani per non dimenticare le foibe. Nel discorso a Basovizza, il presidente del Friuli-Venezia Giulia, Massimiliano Fedriga, stigmatizza l’odio che vorrebbe mettere “di nuovo radici alimentando il negazionismo e il riduzionismo” diffusi nei giorni scorsi al Circolo della stampa di Trieste, come ha scritto il Giornale. E anche Salvini si è scagliato contro le accuse di “ricordo truccato” degli orfani di Tito.
Il ministro per i Rapporti con il Parlamento, Luca Ciriani, ha raccontato ai lettori quando “da giovane ed in pochi ricordavamo gli infoibati a Basovizza”. L’inossidabile sindaco di Trieste, Roberto Dipiazza, con la fascia tricolore a tracolla, ha salutato i partecipanti al viaggio del Giornale.
Il presidente Paolo Sardos Albertini, che due giorni prima ci aveva accolto nella sede della Lega nazionale, cita dal palco a Basovizza i “martiri del comunismo” nominando tre beati, l’italiano Francesco Bonifacio, lo sloveno Lojze Grozde ed il croato Miroslav Bulesic. E auspicando che nel “giorno del Ricordo 2027” sulla foiba carsica, dopo la storica visita del capo dello Stato sloveno nel 2020, venga a deporre un fiore anche il presidente croato.