I nostri obamiani, tutti esperti di sanità americana

Carissimo Granzotto, lei certamente può aiutarmi a comprendere la strana condotta dei commentatori italiani riguardo alla riforma sanitaria americana. Da quel che emerge, il presidente Obama, che si è fatto paladino della riforma, sta incontrando molte difficoltà a farla approvare dal Congresso e quel che più conta a farla ingoiare dagli americani. In base a quello che si sente in televisione ciò viene considerato un vero scandalo, alimentato dalle potenti lobby farmaceutiche, le Forze del Male, che mettono enormi bastoni fra le ruote di Obama. Prescindendo dal fatto che trovo strano prendersela tanto a cuore per una riforma sanitaria che interessa un Paese lontano qualche migliaia di chilometri, perché abbiamo sposato, prendendolo per buono e senza discutere, il progetto di Obama? Siamo tutti esperti in welfare americano, adesso?

Piano coi plurali, caro Santini. Non proprio tutti sono affetti da obamadipendenza, o demenza che dir si voglia. Qualcuno ne è rimasto immune (e gli obamadipendenti rinsaviti crescono di giorno in giorno). Ciò precisato, siamo alle solite: i «sinceri democratici» si piccano di saper distinguere – d’emblée, come direbbe madame Carlà – ciò che conviene e ciò che non conviene all’umanità. Dicono d’averlo, questo radar, nei genomi. Ed è per ciò che si vantano d’essere antropologicamente diversi dal resto del genere umano, dal popolo bue. Figuriamoci quindi se non hanno chiaro in mente quale sia il sistema di previdenza sanitaria che meglio si adatta agli Stati Uniti. Quello, innanzi tutto, non americano. Perché l’America si sa cos’è, una schifezza di Paese imperialista che quel che fa, fa male. Tant’è, sostengono con foga quei sapientoni, che un americano che non sia miliardario non può nemmeno farsi curare un callo e dunque è destinato a morire sul marciapiede, tra l’indifferenza del ricco epulone. Una balla grande come una casa (i poveri, i disabili, i pensionati e gli anziani in genere beneficiano di assistenza medica - ovviamente gratuita - chiamata l’una «Medicare», l’altra «Medicaid»). Tant’è, seguitano a sostenere i sapientoni, che le multinazionali, forse la Cia e certamente il corpo di guardia della prigione di Guantanamo (sempre lì, non ostante Obama il Grande avesse giurato di chiuderla in quattro e quattr’otto), ovvero il cuore di tenebra dell’America, boicotta qualsiasi tentativo di riforma in senso socialista. Tutto ciò mentre la potentissima lobby farmaceutica ha stanziato somme ingenti per metter piombo nelle ali dell’Uomo della Provvidenza. Altre balle. È vero che le lobby ci stanno dando dentro e hanno messo sul piatto 100 milioni di dollari. Ma per sostenere Obama, non per boicottare la sua iniziativa. Qualcosa è venuta però a inceppare l’orgogliosa sicumera dei «sinceri democratici», che avrebbero potuto continuare la loro battaglia (civile, ovviamente) a suon di balle se non ci si fossero messi di mezzo i diretti interessati, gli americani. Non tutti e anzi in minor parte favorevoli alla copertura obbligatoria dell’assistenza medica. In altri tempi sarebbe stato facile, un gioco da ragazzi, sostenere che quella è la solita America deteriore, marcia, egoista, reaganiana e bushiana che rigurgita dalle fogne. Però si dà il caso che sia, invece, la stessa America che portò trionfalmente Barack Obama alla Casa Bianca. La stessa America che aveva saputo ritrovare «la passione e lo spirito kennediano», per dirla con Concita De Gregorio, direttrice del quotidiano che fu di Gramsci (ma anche di Furio Colombo, se è per questo). Sconfessandola, si finirebbe per sconfessare Obama e lei capisce, caro Santini, che non è cosa. (Detto tra parentesi, non so lei, ma lo spettacolo dei «sinceri democratici» appesi al cappio delle proprie fisime giacobine, a me piace da matti).

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