I rabbini Usa a Israele: «Basta liti col Papa»

«Ratzinger non ha mai fatto mancare il suo sostegno alla causa ebraica»

Massimiliano Scafi

da Roma

Basta liti, smettetela di attaccare il Papa. «Noi, cantori e leader delle comunità ebraiche di tutto il mondo, manifestiamo per dissociarci dalle dichiarazioni del ministero degli Affari esteri del 25 luglio». Rabbini contro Israele, notabili della diaspora che difendono il Pontefice romano: sì, succede anche questo. Proprio mentre a Gerusalemme il governo Sharon decide di «archiviare la polemica» con la Santa Sede, ecco la clamorosa e inedita protesta di una delle più importanti lobby americane, la Pave the Way Foundation. In una lettera personale spedita a Benedetto XVI - come rivela l’agenzia di stampa Apcom - il presidente Gary L. Krupp prende infatti le distanze dalle dure accuse che da una settimana autorità e giornali israeliani rovesciano addosso al Papa, accusato di vedere soltanto i martiri di Londra e Sharm el-Sheikh e di trascurare il terrorismo palestinese. No, nessuno strabismo e nessun colpevole «silenzio», scrive Krupp, che ricorda «l’operato sia di Giovanni Paolo II che di Papa Ratzinger a favore delle comunità ebraiche e contro ogni forma di antisemitismo».
Una lettera davvero senza precedenti. Un evento che però Riccardo Di Segni, rabbino capo di Roma, minimizza: «Chi si è dissociato? La Pave the Way? Non è molto importante. Più delle dissociazioni poi serve il silenzio». L’iniziativa della lobby Usa si può spiegare con gli eccellenti rapporti che ha con il Vaticano. Il 18 gennaio una delegazione di 160 rabbini della fondazione era stata infatti ricevuta in udienza da Karol Wojtyla, che aveva nominato Krupp cavaliere dell’ordine di San Gregorio. E Krupp, il settimo ebreo della storia a ricevere l’alta onorificenza papale, aveva ringraziato il Santo Padre, «la cui voce si è sempre levata in difesa degli ebrei in ogni occasione, da prete in Polonia e durante i ventisei anni di pontificato». Quanto a Ratzinger, insiste il presidente della PtW, «non ha fatto mai mancare il suo sostegno alla causa ebraica». La Pave the Way ora «si aspetta che il governo Sharon tenga fede ai suoi impegni e rafforzi i rapporti con la Santa Sede».
Dietro il gelo calato tra Gerusalemme e il Vaticano c’è infatti qualcosa di più di una omissione o di una dimenticanza in un discorso. C’è soprattutto «l’infinita trattativa» per la definizione dello status giuridico della Chiesa cattolica in Israele. Un negoziato avviato agli inizi del 1999 ma continuamente procrastinato e interrotto da parte israeliana. «In pratica - spiega padre David Jaeger, uno dei consulenti della commissione bilaterale per parte vaticana - l’Accordo fondamentale del 1993, per quanto ratificato da Israele, non è mai stato applicato nella sua interezza. Ad oggi è ancora bloccata l’intesa sugli aspetti economici e giuridici benché contemplati nell’articolo 10. Proprio in questi giorni era attesa la fase finale, ma evidentemente qualcuno del ministero degli Esteri non era tanto d’accordo...». In Israele la Chiesa cattolica e le sue istituzioni (scuole, ospedali, case per anziani etc.) non hanno mai goduto di uno status giuridicamente definito. «La Chiesa è sempre stata trattata alla stregua di un problema di ordine pubblico - racconta padre Jaeger -, e questa situazione ha di fatto esposto i cristiani nei tribunali all’arbitrio di funzionari che si muovevano in una situazione di legalità incerta».
Adesso le diplomazie sono al lavoro. Dopo gli scontri dei giorni scorsi, Gerusalemme ha deciso di non replicare all’ultima netta presa di posizione della Santa Sede sull’«impossibilità di ricevere insegnamenti e direttive da alcuna autorità circa l’orientamento ed i contenuti delle proprie dichiarazioni». «Israele vuole una tregua con il Vaticano», titola il Jerusalem Post, e fonti del ministero degli Esteri concordano sostanzialmente con questa analisi. E il rabbino capo di Tel Aviv Meir Israel Lau, intervistato dallo Yediot Ahronot, ha detto che «dobbiamo dare credito a papa Benedetto XVI, non dobbiamo trasformarlo in un nostro nemico». A Roma anche Di Segni spera che «dopo i rilanci da ambo le parti, ora la polemica finisca».