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IL SAGGIO

I veri abiti mettono a nudo la nostra anima

Frisa racconta il corpo e la moda

I veri abiti mettono a nudo la nostra anima

"L'abito è l'architettura più prossima al corpo", indossare è una "progettazione vestimentaria": espressioni come queste, di Maria Luisa Frisa, pongono le basi del suo Il corpo alla moda (Einaudi, pagg. 135, euro 15). Possiamo partire dalla mappa che chiude il libro, dopo averlo generato: con le sue isole concettuali in relazione, descrive, nello stile preferito dell'autrice (con una "prima vita" nella critica di arte contemporanea), un processo di riflessioni, per accostamenti suggestivi, che se non vanno tanto verso un risultato teorico finale, partono da un assunto preciso: l'intimità del corpo nudo riflesso allo specchio. Frisa ci introduce alla moda attraverso l'atto quotidiano del guardarsi e di scegliere (progettare, appunto) quale sarà l'architettura che quel corpo esprimerà anche in relazione con l'ambiente. Ci ricorda che un corpo di per sé, pur nudo, è sempre "culturalmente vestito", come teorizzava Ettore Sottsass nel suo Vestiti e svestiti cioè tutti sono vestiti, 1972), con immagini di Tateishi.

Il primo oggetto da lei scelto sono le scarpe: con il definirle "piedistallo", in occasione di una presentazione nella capitale italiana della moda, tradisce già quella commistione tra modella e manichino cui dedica riflessioni nel capitolo Un'idea di corpo - quello più difficile scrivere, ammette. Una commistione a tal punto importante che per la copertina che riveste il libro è stata scelta la foto di una Twiggy speculare a un manichino realizzato da Adel Rootstein a somiglianza della famosa modella androgina. La sperimentazione con il suo corpo la porta a scegliere un capo iconico della serie Stockman di Margiela, dove il vestito è la riproduzione delle fattezze di un manichino sartoriale: "in quell'oggetto diventato volano di rimandi mi perdo a causa di tutti i riferimenti che mobilita. C'è la storia dell'arte, c'è la concettualizzazione del senso di abito, c'è il corpo come simulacro e ci sono anch'io, che penso a come mi percepirei con quella cosa addosso".

La gamine in copertina, con lo stile mascolino, ci porta a qualche spunto dedicato alla passione di Frisa, la moda maschile, settore "in cui intervengono i cambiamenti più radicali". Si parte dalla rinuncia alla cravatta (Versace) e dall'American Gigolò vestito da Armani con tessuti di abiti femminili che spodesta l'uniforme a tre pezzi dei sarti di Savile Row. Si arriva a una forte sessualizzazione del corpo maschile, da Tom Ford alle mutande griffate di Calvin Klein che sottolineano l'anatomia pur vestendola (un ulteriore caso di quel "compromesso tra pudore e esibizione", che, per tornare a Sottsass e Tateishi, ci fa pensare alla vestaglietta trasparente con didascalia "Donna vestita con falso vestito"). E, poi, si ritorna: "c'è stata negli ultimi anni una ripresa dell'uniforme maschile, superandone regole e rigidità", osserva Frisa che così ci lascia incuriositi: "Viene oramai travalicata l'idea stessa di fluidità di genere, ridotta a retorica quasi inespressiva. Oggi la moda maschile è piuttosto dichiarazione di radicale dissidenza di genere".

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