Ida Marinelli: la solitudine come rifiuto

«Il Natale di Harry» al Crt-Salone: Berkoff alla scoperta dell’uomo

Matteo Failla

Pensi ad Ida Marinelli e scorgi la passione; scopri una vita dedicata all’arte ed un’altra che ha segnato la storia teatrale di Milano. Vale forse la pena di ritornare per un attimo a quei suoi 21 anni, quando da Verona arrivò nel capoluogo lombardo per diplomarsi alla Civica Scuola d’Arte Drammatica del Piccolo Teatro.
Una volta terminati gli studi ecco prospettarsi di fronte a lei un bivio: tra la Compagnia di Bosetti e quella dei giovani capitanati da Gabriele Salvatores non ebbe tuttavia dubbi, e scelse quest’ultima, contribuendo così alla storia del Teatro dell’Elfo. Da allora la strada intrapresa ha portato Ida Marinelli incontro ad interessanti interpretazioni, ma Il Natale di Harry di Steven Berkoff – in scena fino al prossimo 9 aprile al Crt Salone – la vedrà protagonista unicamente come regista, mentre attore protagonista sarà Luca Torraca.
Partiamo da una considerazione generale: la drammaturgia europea, e quella inglese nello specifico, sembra avere una marcia in più rispetto a quella italiana.
«Forse in Italia abbiamo dei talenti nascosti che ancora non sono stati scoperti – afferma Ida Marinelli -, ma credo che questa differenza dipenda soprattutto da un differente sistema di organizzazione teatrale. I drammaturghi stranieri spesso lavorano in teatro a stretto contatto con gli attori, mentre qui in Italia questo non possiamo permettercelo tranne in casi sporadici. Tuttavia ”il teatro si fa in teatro“, e quando si parte da questa semplice considerazione è più facile che vengano alla luce drammaturgie interessanti».
Tema principale de Il Natale di Harry è la solitudine?
«Certamente: per forza di cose questa è uno dei temi principali della drammaturgia contemporanea. Nell’epoca dei media trionfanti, in una realtà in cui anche i rapporti familiari e d’amicizia si sono svuotati di significato, l’uomo però aspira per natura all’amore, all’uscire da sé. Ma questo spesso diventa impossibile perché si sono ormai persi gli strumenti del vero comunicare in una sterile parodia dei sentimenti».
E Harry nello spettacolo sceglie il rifiuto, fino ad arrivare al suicidio.
«È una posizione forte che serve a ragionare sul tema. Harry si ritrova pochi giorni prima di Natale con qualche bigliettino di auguri in mano, è solo, non ha nessuno se non sua madre. È un quarantenne logorato dalla solitudine. Il periodo natalizio diventa per lui un esame, un dialogo con se stesso. In pochi giorni la sua esistenza cambia, egli si avvicina sempre più alla verità ma anche alla depressione e alla pazzia».
Berkoff è l’esempio del drammaturgo-attore che porta una parte di sé in scena. Quanto c’è di autobiografico nei suoi lavori?
«Credo molto, ed è stato importante per lui aver vissuto tante vite differenti: teppistello di periferia, autore teatrale, attore hollywoodiano. Tutto questo si è riversato in un altro importante aspetto, che è l’uso del linguaggio: nelle sue opere si spazia dal linguaggio alto a quello più basso».

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