"Imputato direttore, si alzi". In aula il processo a Minzolini

I «giudici» della Vigilanza gli chiedono di giustificare l’ editoriale
al Tg1. Ecco i verbali Zavoli: «Lei dovrebbe solo organizzare il
giornale». La difesa: «No, è un mio diritto». Accuse: adulazione del potere, un telegiornale sbilanciato a destra e una direzione «militante»

Roma Presidente della Corte: Sergio Zavoli, alla guida della commissione parlamentare di Vigilanza sui servizi radiotelevisivi. Imputato: Augusto Minzolini, direttore del Tg1. Capo d’imputazione per il Minzolini: lettura di un editoriale durante il telegiornale delle 20 nel giorno della manifestazione di piazza contro il bavaglio alla stampa, sabato 3 ottobre, per spiegare di non essere d’accordo con quella manifestazione. Nell’aula della commissione di Vigilanza a palazzo San Macuto si svolge la prima udienza: il direttore del Tg1 deve difendere e giustificare il suo operato non solo al cospetto del presidente, ma di tutta la commissione che lo ascolta in audizione. Deputati e senatori, tre minuti a testa per le domande. L’imputato, in assenza di avvocato, risponde direttamente alle domande del presidente e dei membri della commissione. Si inizia dal calcio (inteso come gioco). E, trattandosi di un processo, è una circostanza piuttosto piacevole.
Zavoli (rivolto a Minzolini): «Io la vedrei più al centro della partita. Adesso... senza speculare sul suono delle parole... più al posto di Pirlo, di De Rossi, che a quello di Gilardino, che è il finalizzatore. Lei è quello che concerta, elabora la struttura del giornale. Mi sento di dirle che la tentazione di fare il cosiddetto editoriale ha attraversato molta gente. Anche se mi corre l’obbligo di dirle che almeno tre direttori molto importanti del servizio pubblico appartenenti tutti e tre al partito di maggioranza, che allora era la Democrazia cristiana, e parlo di Emilio Rossi, parlo di Fabiani, parlo di Albino Longhi, non hanno mai fatto neanche un editoriale. La parola a Lei».
Minzolini: «Allora, io vorrei iniziare intanto a parlare del Tg1, visto che l’audizione serviva per inquadrare il lavoro che stiamo svolgendo. Io credo, allarghiamo il discorso e poi semmai entriamo nelle polemiche di queste settimane».
L’imputato dedica il preambolo della sua difesa all’importanza delle sfide che attendono il primo telegiornale nazionale anche in riferimento ai competitor: «Dal 13 settembre al 9 ottobre il Tg1 è il primo telegiornale, con il 29% di share e oltre 6 milioni di spettatori, in vantaggio del 3,3% di share sul Tg5».
Poi la requisitoria in difesa di se stesso e del suo lavoro entra nel vivo.
Minzolini: «Mi hanno accusato di avere dato troppo spazio al governo e poco al Parlamento quando il Parlamento era chiuso per ferie. Per non parlare del fatto che ci sono argomenti, come l’influenza A, che non hanno implicazioni politiche, anche se a parlarne è il viceministro Fazio o chi per lui». Sono «incomprensibili le polemiche che hanno caratterizzato questi primi mesi della mia direzione del Tg1. Anche le polemiche sulle notizie date o non date è fuori luogo. Il Tg1 ha dato tutte le notizie secondo i criteri del servizio pubblico. Tutte, nessuna esclusa».
Minzolini: «C’è chi si è lamentato perché non è stato dato spazio alla tematica, diciamo così, escort, chi invece ha polemizzato perché è stata data la notizia sulle tangenti per la sanità, unica tematica per la quale sono stati emessi avvisi di reato per politici. È la croce di ogni tg. C’è una differenza tra le vicende di Tangentopoli e quelle di questa estate, almeno per quanto riguarda il coinvolgimento di personaggi pubblici. Se allora si partiva da un avviso di garanzia, ora abbiamo assistito al susseguirsi di personaggi coinvolti in processi squisitamente mediatici senza essere accusati di alcun reato, senza aver ricevuto nessun avviso di garanzia. Non solo Berlusconi, ma anche la famiglia Agnelli, De Benedetti, il direttore di Repubblica Ezio Mauro, e l’ex direttore di Avvenire Dino Boffo». E fare editoriali è un diritto: «L’amico Gianni Riotta ha fatto quindici editoriali durante la direzione. Perché non posso farne io?».
È il momento dei giudici a latere, adesso. Un poker di accusatori prende la parola: tre onorevoli del Pd e uno dell’Italia dei Valori. L’imputato ascolta. Iniziano le domande.
Fabrizio Morri (Pd): «Lei è consapevole di dirigere il Tg1 e non il bollettino parrocchiale, con il massimo rispetto per il bollettino delle parrocchie... Lei ha ritenuto di fare quell’editoriale spiegando che non c’era ragione di andare in piazza. Se nei giorni precedenti la manifestazione un direttore altrettanto libero come lei e di idee diverse avesse usato la sua testata per sostenere la tesi opposta alla sua, che cioè in Italia la libertà di stampa era in pericolo e che dunque era diritto-dovere del povero Di Bella o di altri invitare il popolo italiano a scendere in piazza, se ritiene che questo fosse stato compatibile con la missione del servizio pubblico che innanzitutto è quella di informare, di parlare dei fatti senza limitare le opinioni di nessuno».
Giovanni Procacci (Pd): «Il direttore Minzolini è convinto di essere stato coerente alla dichiarazione di intenti che ogni direttore pronuncia all’inizio del suo mandato?».
Marco Beltrandi (radicale eletto con Pd): «Signor direttore, esistono criteri di ripartizione dei tempi tra temi e soggetti politici indipendentemente dalla loro rilevanza? Secondo il centro dell’informazione radiotelevisiva il suo telegiornale dall’1 luglio al 30 settembre ha dedicato al centrodestra il 78 per cento del tempo di parola cioè l’intervento diretto in voce e al centrosinistra il 20,4 per cento. Mi riferisco alle edizioni principali. Siamo molto oltre la regola dei due terzi. Io le chiedo quali provvedimenti intende prendere per sanare questo squilibrio».
Zavoli: «L’onorevole Beltrandi, contravvenendo alla tradizione radicale, è stato di una velocità esemplare».
A questo punto al processo è applicato lo schema molto diffuso negli ultimi procedimenti mediatici: le dieci domande all’imputato.
Francesco Pardi (Italia dei valori): «Signor direttore le rivolgerò dieci domande divise in due ordini se ce la faccio. Primo ordine. Perché da quando lei è arrivato al Tg1 sono sparite le dichiarazioni in voce di tutti gli esponenti dell’Italia dei valori? È un ordine che è partito da lei o da qualcun altro?».
Il ritmo del giudice Pardi è incalzante: «Perché è scomparsa la manifestazione di protesta dei terremotati dell’Aquila davanti a Montecitorio?».
Dopo 27 minuti di interrogatorio serrato, i toni si distendono. Seguono tre domande innocue di onorevoli del Pdl. Innocue fino a quando si convoca uno spiritello molto pericoloso nelle cause politico-giornalistiche di questi tempi: Santoro. Lo chiama in causa, senza nominarlo, il senatore Butti del Pdl. A quell’evocazione il presidente si accosta al microfono.
Zavoli: «Vorrei fare una piccola precisazione, probabilmente non mi sono spiegato bene. Santoro fa una rubrica di denuncia, ed è un monografico. È una questione completamente diversa nella sua modalità espressiva e tecnica. Vorrei anche aggiungere che se fosse concesso a ogni direttore di telegiornale di fare un editoriale politico si avrebbe un curioso effetto: che il pluralismo si risolverebbe in una serie di parzialità».
Alessio Butti (Pdl): «Mi scusi, Santoro è un monografico?».
Zavoli: «No, per dire, mi perdoni senatore Butti. Credo che alle caratteristiche del pluralismo quando si parla di completezza, tempestività eccetera si debba aggiungere un’altra parola: contestualità».
Maurizio Gasparri (Pdl): «Che vuol dire “Santoro è un monografico”? Non ho capito l’italiano. Scrive con una mano sola?».
Zavoli: «No, no dico la trasmissione».
Gasparri: «Lei ha detto: “Santoro è un monografico”».
Zavoli: «Dico stupidaggini ben più emendabili. Che Santoro sia un monografico può essere una battuta intelligente, ma in questo caso mi sarebbe sfuggita».
Risate. Pochi secondi e tornano le domande.
Giorgio Merlo (Pd): «Le chiedo se lei si sente immune dal giornalismo militante o all’adulazione del potere».
Giovanna Melandri (Pd): «Direttore, lei è un direttore militante e in questo senso è anche più facile rivolgersi a lei con domande precise. Le rivolgo due domande... Come intende ripristinare un equilibrio che è palesemente alterato e che sia un equilibrio maggiormente rappresentativo delle opinioni degli italiani?».
Vincenzo Vita (Pd): «Sa direttore che il suo telegiornale ha dedicato nel mese di settembre tra governo e maggioranza quasi il 70 per cento del tempo e tutto il resto è stato con fatica oggetto delle opinioni dell’opposizione? Il tempo che ha il presidente del Consiglio è smisuratamente più ampio di quello che hanno anche le forze di maggioranza».
Brusio.
Vita: «Come? Sì, sì, più di Gasparri! E perché il suo telegiornale non ha fatto cenno alla manifestazione dei metalmeccanici?».
Paolo Gentiloni: «Il direttore del Tg1 è come il direttore del Tg4 o come Santoro? Io credo che ci sia il rischio di transizione del Tg1 da telegiornale tradizionale a telegiornale militante. L’editoriale: non è che qui si discuta di un genere letterario. Il punto è: può il direttore del Tg1 fare un editoriale contro una manifestazione? Certamente, se è una manifestazione di naziskin o una manifestazione di gente che brucia le bandiere americane».
Giovanni Cuperlo (Pd): «Direttore, una sola domanda. Volevo chiederle se nell’edizione del Tg1 di questa sera lei ha previsto un servizio sull’ondata di freddo che ha colpito l’Abruzzo e sui disagi dei cittadini abruzzesi ancora ospitati nelle tende».
Minzolini: «Non andiamo in onda questa sera, solo cinque minuti per la partita».
Ancora il calcio benedetto. Risate. La Corte si rilassa.
Cuperlo: «Domani signor direttore. Domani!».
Zavoli: «Allora le interrogazioni sono concluse e diamo la parola al direttore Minzolini».
Minzolini: «Cercherò di raggruppare le domande, erano talmente tante... La prima cosa che vorrei dire è che io mi sento non un direttore militante, ma un direttore istituzionale e lo dico con una certa chiarezza e convinzione checché ne dicano i sussurri che sento alla mia sinistra... Dire che in Italia non c’è libertà di stampa dovrebbe richiamare ogni direttore ad alzarsi e dire che non è così».
Scatto d’orgoglio dell’imputato.
Minzolini: «Se il Tg1 deve essere più istituzionale e più servizio pubblico di altri, io sarei un direttore dimezzato. E non vale nemmeno parlare di programmi monografici, perché i miei tre minuti non valgono le due ore di Annozero... È come se scrivo un articolo in prima pagina e in terza c’è qualcuno che mi spara contro. Quale azienda può permettere una cosa di questo tipo? Non accetto di essere un direttore dimezzato rispetto ad altri. Posso ascoltare, posso recepire ma non posso diventare un segretario di redazione a cui si fanno le scalette». E poi ci sono altre questioni da chiarire, non certo solo l’editoriale: «L’azienda è rimasta a 20 anni fa. Si è parlato delle forze esterne, ma in Rai c’è gente che viene assunta dopo 10 anni di precariato».
La prima udienza è conclusa. Un’ora e 50 minuti. L’imputato Minzolini è convocato oggi per la seconda difesa di se stesso, davanti al consiglio di amministrazione della Rai.
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