Inoue Yasushi e la perfezione della vecchiaia

Inoue Yasushi (1907-91) fu, a suo modo, un contestatore. Sovvertendo una tradizione di famiglia abbandonò la facoltà di medicina - medici erano stati il padre, il nonno e il padre di suo nonno - e si laureò in Lettere, con una tesi su Paul Valéry. Quindi abbracciò il giornalismo e, solo a quarant’anni (nel 1947), esordì come scrittore con due racconti, vincendo il premio letterario Akutagawa. Nel lavoro in redazione ha affinato uno stile inconfondibile, scorrevole, che trova nella brevità la misura ideale e, nell’oscillazione tra il detto e il non detto, un miracoloso equilibrio narrativo. Un medico in meno al Giappone e un grande scrittore in più al mondo.
In una nazione ultratradizionalista e all’interno di una famiglia importante come quella di Inoue, tuttavia, almeno agli inizi, la scelta non è stata facile. La madre in particolare non lo ha perdonato. Per questa piccola donna di ferro, prima moglie e poi vedova esemplare di un generale medico tutto d’un pezzo, il destino dei figli è segnato dalla famiglia d’appartenenza. La regola non ammette deroghe. Lei che ha sopportato senza batter ciglio la rinuncia del marito a un nuovo incarico di primario, solo per coltivare nell’orto ortaggi e misantropia, non riesce ad accettare il figlio (prediletto) giornalista e scrittore. Poiché la vita presenta sempre i conti, tutto quello che anni di autocontrollo hanno sapientemente dissimulato viene alla luce con l’insorgere della vecchiaia. E diventa materia di narrazione dolorosa e pudica nel volume Ricordi di mia madre, apparso in Italia la prima volta nel 1985 e che ora torna da Adelphi (pagg. 150, euro 17; traduzione di Lydia Origlia): tre capitoli, per descrivere altrettante fasi della senilità materna, svelando squarci del mistero inquietante di un’universale, umana fragilità.
Ogni essere è abitato da una vita segreta e la demenza senile può essere rivelatrice della nostra più intima essenza. È alla fine che ogni menzogna viene svelata, ogni passione consumata, che ci si guarda negli occhi senza infingimenti. La madre ha incominciato «a cancellare a ritroso, con una gomma, la lunga linea della sua vita». Senza accorgersene, poiché «a tenere in mano la gomma era quell’evento ineluttabile che è la vecchiaia». Così, non sappiamo se questa donna che vaga di notte per la casa del figlio, illuminando i suoi passi con una lampadina tascabile, sia una madre alla disperata ricerca del bambino perduto, o una bambina smarrita in cerca della mamma.
Nella mente dell’autore, si sovrappone, confondendosi, l’immagine di lei giovane che cammina a notte fonda nella luce lunare, a quella di se stesso, ormai oltre la sessantina, che percorre la medesima strada inseguendo una madre di 85 anni. Il 1907 e il 1969 diventano una cosa sola. Dei due quadri, le tinte gelide del primo si mescolano alle tonalità del secondo che infondono paura. Adesso che «la distesa dell’oceano della morte si presenta con una levità e una compiacenza a lui prima ignote», Inoue guarda alla vecchia madre con una inedita sensibilità: la sua autoanalisi è completa. La tensione inesplosa che aleggia in tutto il romanzo si risolve in una consapevolezza pacificatrice.
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