Insider trading, 9 mega-multe a Milano

Certi segnali non si possono ignorare. Per esempio, c’è un colosso come l’Eni che decide di lasciar da parte ogni cautela per lanciare sul mercato obbligazionario un bond a 10 anni. Nessuno l’aveva ancora fatto dai tempi del colera sub prime, estate 2007. Una scommessa sulla stabilizzazione dei mercati premiata con 5 miliardi di euro di ordini raccolti, a fronte dell’offerta da 1,5 miliardi del gruppo del cane a sei zampe. E poi ci sono i consumi italiani, depressi e cedenti per diciotto mesi e tornati in luglio a crescere dello 0,5% rispetto allo stesso mese dello scorso anno e dello 0,2% su base annua.
Insomma, altri tasselli che vanno a comporre il mosaico di una ripresa anticipata rispetto al previsto. «Siamo fuori dal periodo della caduta libera - ha ribadito ieri il presidente della Bce, Jean-Claude Trichet -, ma non siamo ancora ai livelli che possiamo considerare normali». Vero. Anche perché sulla prossima recovery peseranno le crescenti tensioni sul mercato del lavoro. Trichet ne ha parlato ieri a Basilea con i banchieri centrali del G10, per verificarne il possibile impatto sulle famiglie. E dal loro osservatorio privilegiato, gli industriali europei non esitano a esibire un bollettino di guerra, pur a fronte del previsto ritorno alla crescita economica nel 2010 (+0,7% nell’Ue-27, +0,5% nell’euro zona): nell’intera Unione europea andranno persi tra quest’anno e il prossimo oltre nove milioni di posti di lavoro, con un tasso di disoccupazione destinato a salire dall’attuale 9,4 al 10,8%. Per questo motivo, le Confindustrie del Vecchio continente sollecitano i governi ad assumere le misure necessarie per impedire che «una disoccupazione così alta diventi radicata».
Anche Giancarlo Sangalli, presidente di Confcommercio, chiede di sostenere i segnali di recupero con «un uso selettivo e mirato della leva fiscale» e, soprattutto, agevolando l’accesso al credito da parte delle imprese. «Questo anche per contrastare - spiega Sangalli - l’eventuale spirale tra riduzione dei consumi e aumento della disoccupazione».
Tema caldo, quello fiscale. Al punto da catturare l’attenzione di Moody’s. Alexander Kockerbeck, analista responsabile del rating italiano dell’agenzia Usa, vede con molto favore il federalismo fiscale perché è un progetto che «aiuterà probabilmente a risolvere diverse cose, forse anche il problema dell'evasione». Promosso anche lo scudo fiscale: «Dal punto di vista del rating - afferma Kockerbeck - sono positive tutte le misure che possono aiutare il governo a garantire la capacità di aumentare le entrate» e di migliorare il meccanismo di raccolta del gettito.
Quanto all’economia italiana, Moody’s prevede una contrazione del 4,4% quest'anno, dunque inferiore al -5,2% del Dpef, seguita da un ritorno alla crescita nel 2010, seppur marginale (+0,1%, contro il +0,5% del governo). Con un alto indebitamento pubblico (deficit/pil al 4,5% nel 2009 e al 4,8% nel 2010), il nostro Paese non ha molti margini di manovra contro la crisi e difetta da sempre di un certo «dinamismo economico». Ma il basso indebitamento delle famiglie e a banche meno esposte «non c'è una necessità così forte e urgente» di fare le riforme come in altre nazioni. Per Moody's, è invece «importante capire in un arco di tempo di 3-5 cinque anni dove potrebbe trovarsi il Paese in termini di sostenibilità del debito pubblico».

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