Il voto psicolabile

Ho pena per i sondaggisti e i politologi che si sforzano di spiegare le intenzioni di voto e poi gli esiti del medesimo

Ho pena per i sondaggisti e i politologi che si sforzano di spiegare le intenzioni di voto e poi gli esiti del medesimo. È ammirevole il loro sforzo, e se sbagliano di brutto non è colpa loro. La verità è che siamo diventati una democrazia psicolabile dove il voto è solo una foto scattata al volo. Tu fermi l'immagine di quel momento in cui stai addentando un panino o facendo una boccaccia. Ma è solo un attimo nel flusso della giornata. Gli exit poll falliscono perché l'elettore muta opinione nel tragitto, è centometrista. Perché le città rosse diventano blu o a pallini, i sindaci più amati del mondo vengono bocciati, i ballottaggi capovolgono gli esiti? Perché voti e umori fluttuano come le maree, l'elettorato è ciclotimico, il voto è un «mi piace» cliccato tra un insulto e una pipì. Va a targhe alterne, ora escono le dispari, ora le pari, più spesso non escono affatto. L'offerta di Renzi scadeva, per dire, il 31 maggio, poi è il turno di altri gestori. Non dirò che il voto di ieri fosse più saggio perché granitico, fondato su due punti fermi, la convinzione e la convenienza, ovvero voto d'appartenenza o di clientela. Ora il voto va preso come la pressione, in quel momento sotto sforzo ha un tipo di battito, poi cambia. L'importante è fare la tara, dedurre una tendenza, comunque ha un valore convenzionale, serve per stabilire nella lotteria democratica chi deve governare per un po'. Tra tante assurdità ha un solo pregio: nessuno si sente al sicuro per la vittoria, l'eternità dura un cambio di stagione.

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