Aria di fine impero tra gli ex Pci increduli

Gli ex comunisti guardano un intero elettorato che gira loro le spalle e punta tutto sul nuovo

Aria di fine impero tra gli ex Pci increduli

Nel Tempio di Adriano, tra gli sconfitti, si respirava stanotte un'aria da fine impero. Visi impietriti, sguardi persi, qualche lacrima quando il candidato sconfitto, Gianni Cuperlo, pronuncia il suo concession speech, nobile e malinconico. «La sinistra non è un di più, noi non rinunceremo alle nostre idee». Attorno a lui si stringono Reichlin e Fassina, la Pollastrini e Orfini, la Cantone e Damiano, Ugo Sposetti. Gli ex Pci, increduli, a guardare un intero elettorato che gli gira le spalle e punta tutto sul nuovo, relegando la loro gloriosa storia a una piccola minoranza nel Pd. Solo Sposetti trova la forza di scherzare: «Sarà un caso, ma proprio oggi in Ucraina hanno tirato giù la statua di Lenin. Quasi quasi mando un Tir a prenderla e la porto qui».

Da Firenze, Matteo Renzi - l'ex outsider ora incoronato a furor di popolo - parla agli sconfitti, e spiega che la sinistra non sono loro: «Questo voto non è la fine della sinistra. È solo la fine di un gruppo dirigente». Poi manda un avvertimento chiaro a Roma, anzi direttamente al Quirinale e a Palazzo Chigi: «Con questo voto, abbiamo mandato di traverso lo spumante a quelli che avevano brindato per la sentenza della Consulta, per la vittoria del proporzionale. Ai fautori dell'inciucio è andata male». Questa settimana, il sindaco verrá nella capitale e metterà sul tavolo le sue condizioni, forte di una vittoria di proporzioni inaspettate, e di un consenso di due milioni e mezzo di voti tutti suoi: un solo punto programmatico immediato, subito una legge elettorale che «salvaguardi il bipolarismo», con tanti saluti ad Alfano. E il voto si avvicina: «Quelle di oggi sono state solo le prove generali delle elezioni», dicono i suoi.

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