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“Bomba a fin di bene, volevo proteggerlo. Ho detto a Tavares di non fare del male”

Il faccendiere chiede i domiciliari in Basilicata per “rompere con la rete romana” e punta a far trasferire l’inchiesta da Roma a Napoli

Valter Lavitola arriva in procura a Roma, 8 luglio 2026. ANSA/MASSIMO PERCOSSI (piazzale Clodio, tribunale, interrogatorio)

I legali di Valter Lavitola, mandante reo confesso dell’attentato del 16 ottobre 2025 contro Sigfrido Ranucci, puntano a trasferire l’inchiesta da Roma a Napoli. Nella memoria difensiva, che Arturo e Sergio Cola, hanno depositato ieri al Riesame, si solleva l’eccezione territoriale sulla base che l’esplosivo per la bomba sia stato recuperato in Campania. È un’eccezione tecnica che consentirebbe di trasferire il fascicolo da Roma a Napoli. Ma si attende la decisione del Riesame che è attesa entro il 10.

L’udienza inizia alle 10 e si chiude poco dopo le 13. Lavitola, che rende dichiarazioni per la terza volta (uno solo è stato l’ interrogatorio), si presenta in video-collegamento dal carcere di Rebibbia. Non cambia linea e ribadisce: «È stato un attentato per far bene a Ranucci». E soprattutto non tira dentro Mr Repor: «Era all’oscuro di tutto. È una vittima». Nella memoria di 72 pagine i legali provano a smontare anche l’aggravante mafiosa e il pericolo di fuga, chiedendo in subordine il carcere domiciliare in Basilicata. «Una regione che consentirebbe al faccendiere di spezzare la sua rete romana» scrivono gli avvocati nella memoria difensiva.

Lo scontro tra difesa e accusa è su movente e dinamica. Il movente per la Procura resta di natura politica. Lavitola avrebbe organizzato l’attentato per creare un’ondata di solidarietà attorno a Ranucci, tale da preparare il terreno per la discesa in campo. E poi trarre benefici grazie al legame di amicizia. L’ex editore dell’Avanti si difende: «Ci creda o no, io mi stavo organizzando per andare a vivere in Africa. Stavo costruendo la mia casa li. Ovviamente se lui fosse diventato presidente sicuramente io ne avrei tratto un vantaggio. Ma non avere alcun interesse in merito». Arturo Cola, all’uscita dal carcere, sottolinea: «L’amicizia con Ranucci è stata un’occasione di riscatto sociale per Lavitola». Sul movente, Lavitola ribadisce, al contrario di quanto sostiene la Procura, la volontà di rafforzare la protezione: «Ho fatto tutto questo per proteggere Ranucci da un attentato di cui avevo notizie. C’era la necessità di proteggerlo tanto che per due mesi dopo i fatti di ottobre ho chiamato Ranucci per chiedere che la scorta gli fosse rafforzata».

Movente che non convince il pubblico ministero. C’è un passaggio importante: Lavitola il 12 marzo 2026 avvisa Ranucci e Daniele Autieri, inviato di Report, sulla pista israeliana dietro la bomba. Di questa confessione però Ranucci non dirà nulla ai magistrati che lo interrogano il 2 luglio 2026. È sul mandato che si gioca il botta e risposta più problematico. Lavitola ribadisce di aver dato a Clesio Tavares il mandato di non far male a nessuno. Sarebbe stato questo l’unico limite imposto all’azione. Ai giudici l’ex faccendiere spiega: «L’attentato con la bomba è un’idea di Clesio Gomes Tavares rispetto alla quale mi assumo tutte le responsabilità del caso. Gomes mi avvisò che avrebbe fatto a modo suo, io gli avevo dato un mandato in bianco, specificando che non doveva fare male a nessuno». Dalla memoria emerge un passaggio significativo dell’interrogatorio reso dallo stesso Lavitola il 12 agosto: «Appresi dalla tv che Clesio avesse utilizzato la bomba. Non ne sapevo nulla». Emerge anche un siparietto tra Clesio e Lavitola sulla dinamica. Il camurense redarguisce Lavitola: «Dottore, di queste cose me ne occupo io, non mi spieghi anche i millimetri per piazzare l’ordigno». Nello stesso interrogatorio del 12 agosto i magistrati chiedono se Lavitola avesse mai influito su Report. Ma il faccendiere si difende: «Più volte ho chiesto di lasciare stare Marcello Dell’Utri, perché malato di tumore. Ma Sigfrido non mi ha ascoltato». I difensori puntano, inoltre, a distinguere il profilo di Lavitola da Clesio e gli altri coindagati la cui caratura criminale è acclarata. Lavitola, per i difensori, «non si è dimostrato in grado di assoldare persone capaci di munirsi di armi o esplosivi, essendo dovuto ricorrere al Clesio Tavares, con il quale, vista la chiamata in correità ai suoi danni, ha certamente reciso i legami». E quindi, è «certamente diverso il profilo criminale di Lavitola rispetto a quello degli attentatori.

Con il terzo interrogatorio di Lavitola (nel primo si è avvalso della facoltà di non rispondere) si avvia alla conclusione la prima fase dell’indagine. I magistrati dovrebbero ora convocare la vittima Sigfrido Ranucci. Ma solo dopo aver completato l’esame sui dispositivi (cellulare, tablet e pc) di Lavitola. Ed è proprio da lì che potrebbero emergere dettagli sul filone africano. Un tema che però non sarebbe stato affrontato durante il riesame: il discorso relativo agli affari di Lavitola in Zimbawe non sarebbe stato mai menzionato dal faccendiere durante le dichiarazioni spontanee. Ora il pm Edoardo De Santis potrebbe ulteriormente far luce sulla famosa intervista di Sigfrido Ranucci rilasciata al sito africano, poi misteriosamente scomparsa.

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