La notizia si diffonde come una febbre con i brividi per il Campo largo. E qualcuno va a vedersi i rovinosi precedenti, vedi alla voce Soumahoro. Ilaria Salis condannata dal tribunale non per aver occupato un edificio, a quanto pare una specialità della casa, o per aver mandato a quel paese i poliziotti, altra abilità, ma per aver licenziato senza giusta causa due lavoratori.
Possibile? Sembra una sceneggiatura malandrina. Un paradosso bizzarro, quasi uno scherzo da intelligenza artificiale. Invece è la verità, anche se naturalmente dobbiamo considerare due circostanze: è un verdetto di primo grado, che può essere ribaltato in appello, e siamo nel campo civile, non davanti a un reato.
E però la storia è davvero avvilente, un colpo in faccia all’alleanza barra ammucchiata anti Meloni che tiene insieme le due Salis: Silvia, l’elegante sindaca di Genova, a suo agio nei salotti borghesi, e la capopopolo degli antagonisti, Ilaria. Sempre pronta a irrompere in quei salotti, urlando slogan e alzando cartelli.
Ora li alzeranno contro di lei? L’avevano tirata fuori da un carcere ungherese issandola sul piedistallo dell’immunità, uno scudo - ci avevano spiegato - per toglierla dalle grinfie del regime semiautoritario - e in effetti non proprio in linea con il rispetto della dignità umana - di Viktor Orbán. L’eroina era stata liberata ed era rientrata in Italia; ora scopriamo che deve dare più di trecentomila euro a due collaboratori, trattati con una ruvidezza che da lei non ci saremmo aspettati e soprattutto non avrebbero mai immaginato i suoi fan.
Dall’altra parte dell’emiciclo impazzano i fuochi di artificio. «Come Soumahoro e altri campioni della sinistra ironizza Maurizio Gasparri, ex capogruppo al Senato di Forza Italia - predica bene e razzola male. Invocano i diritti e li ignorano quando riguarda la propria sfera personale». In effetti la risorsa diventa un problema e il brand perde appeal.
Sopratutto, è facile misurare tutta la frustrazione, se non peggio, dell’ala moderata e riformista della coalizione che già vedeva come il fumo negli occhi l’europarlamentare e ora pensa al prossimo tormentone: la paladina degli sfrattati che sfrattai diritti di chi lavorava per lei.
Incoerenza e doppia morale. Almeno se si sta alla sentenza che aggiunge un dettaglio urticante: il verdetto è arrivato in contumacia, insomma lei è sempre sfuggita alle sollecitazioni dei due. Non proprio edificante. Si apriranno altre faglie nel già rissoso centrosinistra? Qualcuno magari punterà il dito contro il tandem Bonelli-Fratoianni e rinfaccerà loro quella battaglia per spingerla fino a Bruxelles?
Altrettanto tranchant è Fabio Rampelli, vicepresidente della Camera, di FdI: «Licenziare senza giusta causa è un atto meschino. Gratta gratta, sotto al rosso c’è sempre un conto in banca». Sulla stessa linea la vicesegretaria della Lega Silvia Sardone: «È il solito doppiopesismo della sinistra. La pasionaria degli emarginati viene condannata per aver licenziato non uno ma due collaboratori».
Insomma, si rischia una saga alla Soumahoro, l’apostolo dei diseredati con moglie e suocera che sfruttavano i dipendenti e nuotavano nel lusso. Una situazione che a sinistra - dove sono in disaccordo su tutto, non hanno ancora scelto il rivale della Meloni e nemmeno hanno chiarito lo straccio di un programma. - può diventare una crepa, profonda e dolorosa.
Si vedrà. Matteo Salvini, almeno per ora, è laconico: «Spiace». Non soffia sul fuoco. Ma l’incendio potrebbe propagarsi con facilità di là. Nel Campo largo.
