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Calabresi condanna le violenze. Ma per lui il problema sono i “giochini elettorali”

Il candidato sindaco del centrosinistra prende le distanze dalla guerriglia, poi mette nel mirino chi chiede fermezza: “Le istituzioni siano pompieri, non incendiari”

Sia chiaro: la condanna c’è ed è netta. Ma subito dopo arrivano i distinguo, le precisazioni e, soprattutto, le accuse a chi rischierebbe di utilizzare le violenze di piazza per fare “giochini elettorali”. Mario Calabresi, giornalista e candidato del centrosinistra per Palazzo Marino, è intervenuto sulle guerriglie che hanno sconvolto Milano e altre città italiane e se da una parte prende le distanze dai violenti, dall’altra sembra preoccuparsi soprattutto di mettere in guardia chi invoca fermezza contro le devastazioni.

“Prima di tutto bisogna condannarle, perché la guerriglia non può avere mai giustificazioni”, le sue parole in un’intervista a Repubblica. Fin qui, nulla da eccepire. Poi, però, è arrivato il consueto distinguo: “Pensare di criminalizzare le proteste mettendole nello stesso calderone delle violenze è un tragico errore”. Secondo Calabresi, infatti, gli scontri non avrebbero “nulla a che vedere con le richieste e le proteste pacifiche e legittime di molte ragazze e ragazzi che ci parlano della loro difficoltà ad immaginare un futuro”.

Il passaggio più politico, però, arriva subito dopo. Perché l’aspirante sindaco di Milano ha invitato le istituzioni a comportarsi da “pompieri, non incendiari”, evitando quelli che ha definito “giochini elettorali”. “Il disagio e la marginalità sono un fatto reale, non si può soffiare sul fuoco di queste fratture”, la sua analisi. Parole che suonano come una stoccata a chi insiste sulla necessità di una risposta rigorosa alle violenze. E che sollevano una domanda: denunciare le devastazioni e pretendere sicurezza sarebbe forse un’operazione di propaganda? Calabresi non ha indicato esplicitamente i destinatari dell’accusa, ma il riferimento alla battaglia politica è cristallino. Tanto più considerando che lo stesso giornalista è ormai impegnato nella corsa per la successione a Giuseppe Sala.

Non è finita. Calabresi ha chiamato in causa anche le forze dell’ordine, ricordando che chi garantisce il rispetto delle regole “ha il dovere di distinguere tra il dissenso civile e la protesta violenta”. Una distinzione sacrosanta, naturalmente. Ma che suona quantomeno singolare mentre gli agenti sono chiamati a fronteggiare chi – con pietre, bombe carta e sassi – trasforma le manifestazioni in scene di guerriglia urbana.

L’ex direttore di Rep ha quindi provato a spiegare le ragioni di chi distrugge. Chi si abbandona alla violenza, ha aggiunto, “sente di non avere nulla da perdere, perché non ha nulla: né speranze, né futuro”. Da qui l’avvertimento contro risposte “semplicemente securitarie”, che rischierebbero di alimentare quella che definisce “la fabbrica dell’emarginazione”. Il disagio sociale esiste e non può essere ignorato. Ma trasformarlo nella chiave di lettura delle devastazioni rischia di spostare l’attenzione dalle responsabilità individuali di chi le commette. Perché una cosa è ascoltare le difficoltà dei giovani, un’altra è cercare continuamente spiegazioni sociologiche per chi aggredisce gli agenti e distrugge beni pubblici e privati.

Calabresi ha ribadito che “la violenza va sempre condannata” e che “alla fine si mangia tutto”, aggiungendo che una città sicura non deve soltanto fermarla, ma anche lavorare perché non nasca e non cresca. Un principio difficilmente contestabile. Resta però il paradosso politico: davanti alle immagini delle guerriglie, il candidato sindaco ha trovato il modo di puntare il dito anche contro i presunti “giochini elettorali”. Come se il problema non fosse soltanto chi mette a ferro e fuoco le città, ma anche chi pretende che certe scene non si ripetano.

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