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Cene, drink, intrighi e veleni: l’ultima estate prima del voto

Il generale agita il centrodestra, ma Di Battista spaventa il campo largo. Avs: “Se Conte perde, l’elettorato grillino passa con Dibba”

L’ombra del fattore Vannacci dietro lo stop di Montecitorio. In gioco l’alleanza col generale

«Ma come fai ad allearti con uno che sull’Ucraina sta con i russi? È complicato. Se lo metti in coalizione sai cosa ti combina». Davanti a un Crodino in uno dei salotti della hall dell’hotel Principe di Viareggio, Ignazio La Russa, nei panni del chiromante legge le carte del prossimo anno. Fa caldo. Nei luoghi in cui si divide la politica in questa estate rovente, prima delle vacanze che precedono una campagna elettorale lunga una quaresima, tutti fanno i conti sul futuro, sul proprio destino tra speranze e veleni. «Giorgia - spiega il presidente del Senato - ha messo nel conto di perdere pur di non andare con Vannacci perché quelli del campo largo anche se vincono più di due anni non reggono. Esploderanno. Stanno peggio che ai tempi di Prodi. Basta seguire l’esempio di Berlusconi del 2006».

Cambiamo scena. Palazzo Madama. L’aria non cambia. Davanti alle tartine della cerimonia del Ventaglio La Russa fa il suo vaticinio sulla durata della legislatura: «51% si arriva alla fine della legislatura, 49% si vota in primavera». La «psicosi Vannacci», però, contagia i parlamentari dei Fratelli. Alla buvette il toscano Achille Totaro ha la smania di sterilizzare il Generale. «Ci vuole il doppio turno», sentenzia: «L’ho scritto a Giorgia e il suo non è un no categorico: Gli alleati - mi ha scritto - fanno resistenza e alcune considerazioni non lo consigliano. Donzelli dice che si perderebbe l’effetto del voto utile e Vannacci andrebbe al 15%. Per me è invece l’unica strada. Pera ha presentato un emendamento. Con questa

legge, poi, a sinistra hanno interesse ad enfatizzare il Generale anche se piscia controvento».

Valutazioni personali. Intanto il Generale corteggia la premier. Nell’ultimo video imperiale lui e la Meloni ridacchiano mentre scherniscono insieme la von der Leyen. Il messaggio non è tanto recondito: sono con la Meloni per combattere l’Europa, lei ci sta o si tira indietro? Domenico Furgiuele della «sporca dozzina», lo spiega in calabrese a Montecitorio: «Il problema e lu tuo non lu miu, diciamo alla Meloni. Ad un tassista che mi chiedeva se andavamo con lei ho risposto: No!. E lui: Sono con voi».

Illusioni? Di certo a sinistra tifano per Vannacci. Ragiona Giuseppe Conte in mezzo al Transatlantico: «A destra hanno la psicosi del Generale. Gli rode perché lui può dire quello che la Meloni non può dire e forse ancora pensa. La Russa poi sarà fuori di sé. Si tormenterà: Mi hanno processato per un busto di Mussolini e quello canta faccetta nera».

Poi però ci sono i guai del campo largo. Non pochi. Conte è perentorio sulle primarie: «Si debbono fare. I miei non accettano di essere considerati secondi a tavolino». Eppure il piddino Stefano Graziano scommette sull’opposto. Spiega: «I ruoli sono tre. La Schlein va a Palazzo Chigi, Conte al Quirinale. E addirittura c’è pure un posto da commissario europeo. Se ci dividiamo siamo scemi». Vale però solo nell’ottica del successo. La filippica di ieri di Beppe Grillo contro i grillini traditori» sembra invece annunciare la discesa in campo del Vannacci di sinistra, Di Battista.

«Nel caso le primarie sarebbero un problema - congettura De Cristofaro esponente di Avs al Senato - : se Conte fosse sconfitto pezzi dell’elettorato grillino finirebbero con Di Battista. Un passo verso il pareggio». Così i calcoli si sprecano. È la ragione per cui ieri nell’assemblea dei senatori forzisti c’era chi consigliava l’attesa prima di pronunciare il fatidico «sì» alle preferenze: dal ministro Zangrillo, alla Ronzulli, a Stefania Craxi. Un interrogativo aleggiava nella riunione: perché approvare una nuova legge elettorale per perdere? E si torna ai ragionamenti al principe di Piemonte di Viareggio di un ex capo della polizia e dei servizi, Franco Gabrielli, che il Pd vorrebbe al ministero dell’Interno e Renzi a capo dell’area Riformista. Un personaggio sempre presente nei momenti privati che contano, quelli con Mattarella. «Ci siamo convinti - osservava - che il bipolarismo sia l’essenza della nostra natura, quando non lo è. Forse varrebbe la pena ritrovare una fase transitoria invece che la ricerca di una stabilità aleatoria senza riforme come l’attuale, in cui in questo paese si possano aggregare delle forze al di là di quelli che sono gli schieramenti di oggi così rigidi nei quali molti si sentono fuori campo». Magari finirà così come insegnano i paradossi e i colmi che caratterizzano la storia del Belpaese: una legge elettorale con un premio di maggioranza smisurato partorirà un pareggio.

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