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Cgil, la crociata contro il Ponte ultima mossa anti-lavoratori

Il sindacato di Landini deposita l’esposto alla Corte dei Conti per danno erariale. L’avversione all’infrastruttura non si cura dei possibili 10mila occupati

Paradosso Il sindacalista e segretario nazionale della Cgil Maurizio Landini

Il paradosso della Cgil di Maurizio Landini? Nel tentativo di combattere il sistema, rischia di colpire proprio ciò che dovrebbe difendere con una sorta di sindacalismo tafazziano in cui a pagare il prezzo sono gli stessi lavoratori. Ieri si è assistito all’ennesimo caso: la Cgil ha annunciato in una nota di aver presentato un esposto alla Corte dei conti per chiedere di accertare se, nella gestione del progetto del Ponte sullo Stretto di Messina, siano stati impiegati correttamente i soldi pubblici o se, al contrario, vi siano i presupposti di un danno erariale. Il documento, firmato da Landini, è stato presentato alle Procure regionali della Corte dei conti della Sicilia e del Lazio e alla Procura generale presso la Sezione giurisdizionale d’appello della Corte dei conti per la Regione Siciliana. Secondo la Cgil il possibile danno erariale riguarda l’utilizzo di 1,3 miliardi del Fondo sviluppo e coesione della Sicilia, l’assenza di un prezzo definitivo dell’opera, il rischio di aggravio dei costi e i profili ambientali.

Al di là del merito dell’esposto, il punto è un altro. Perché se un sindacato sceglie di ostacolare quella che, comunque la si valuti, è una delle maggiori opere infrastrutturali europee, inevitabilmente finisce per scontrarsi anche con l’effetto occupazionale di quell’investimento. Secondo le stime ufficiali aggiornate del MIT, il Ponte sullo Stretto genererà circa 120mila unità lavorative annue lungo l’intero ciclo di realizzazione. L’occupazione diretta nei cantieri è stimata in una media di 4.300 addetti l’anno, mentre nel primo anno di lavori il governo prevede l’attivazione di circa 10mila occupati considerando anche l’indotto.

Più che un episodio isolato, l’esposto sul Ponte è il sintomo di una trasformazione più profonda di un’organizzazione che ha progressivamente spostato il proprio baricentro dalla contrattazione alla battaglia politica. Il referendum contro il Jobs Act è stato il simbolo più evidente di questo cambio di paradigma: mesi di mobilitazione, una campagna nazionale e un forte investimento di risorse per una consultazione che non ha raggiunto il quorum. È lo stesso schema che si ritrova nei continui no opposti dalla Cgil agli accordi sottoscritti dalle altre organizzazioni sindacali. Negli ultimi due anni, dai rinnovi del pubblico impiego alla scuola, dalla sanità ad altri comparti, Cisl e Uil hanno firmato intese che hanno consentito ai lavoratori di ottenere aumenti retributivi e arretrati, mentre la Cgil è rimasta fuori giudicando quelle soluzioni insufficienti rispetto all’inflazione. Il caso più emblematico resta però quello di Teva. Nella primavera scorsa alcune strutture della Cgil avevano aderito alla campagna di boicottaggio della multinazionale farmaceutica israeliana. Pochi giorni dopo, lo stesso sindacato si è trovato a guidare la mobilitazione contro il piano di riorganizzazione che prevedeva circa cento esuberi nello stabilimento italiano di Villanterio, denunciando il rischio occupazionale e chiedendo il ritiro dei licenziamenti. Il cortocircuito è evidente: prima si contribuisce ad alimentare una campagna contro un’impresa, poi ci si mobilita quando quella stessa impresa riduce gli organici.

Il risultato? Un progressivo arretramento della Cgil proprio dove, storicamente, era più forte: le fabbriche. Negli ultimi mesi il sindacato ha perso terreno in diverse elezioni delle rappresentanze sindacali unitarie cedendo consenso ad altre sigle. Segno che la linea sempre più orientata allo scontro politico non paga.

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