Ne resterà soltanto uno. Beppe Grillo o Giuseppe Conte, il Movimento cinque stelle come nell'intuizione originale del comico o il grumo di potere dei «contini» aggrappati all'ex premier, forte dei due governatori Roberto Fico e Alessandra Todde, mentre tanti ex delfini del comico sono da mesi sulla riva a vedere quale cadavere passa per primo. Nei prossimi mesi il destino della seconda gamba del centrosinistra si compirà inesorabilmente: su ciò che resta del Movimento che ha cambiato la politica (in peggio) aleggiano politici in cerca di scranno come Stefano Patuanelli e Chiara Appendino, avvoltoi politici, sedicenti eredi come Alessandro Di Battista, schegge impazzite come il generale Roberto Vannacci e tutto il chiassoso corpaccione social che intercetta movimenti proPal, filorussi e No Vax in cerca di casa per le Politiche.
Tra qualche mese a Roma si discuterà del simbolo M5s. Di chi è? «Di Beppe Grillo», dice il comico. «No, è mio», replica Conte, forte del sostegno del notaio Alfonso Colucci, quinta colonna grillina nella commissione Covid. «Conte è uno zombie che si trascina con la scorta tra i palazzi», dice una fonte vicinissima al comico genovese, che ricorda quando Grillo nel messaggio di fine anno parlò di «giustizia usata come una clava». Il riferimento era al figlio Ciro, condannato per stupro a fine settembre scorso, ma anche alla deriva giustizialista sposata dall'ex premier con il No al referendum per nascondere i suoi scheletri in pandemia,
spaccando i grillini storicamente favorevoli al sorteggio al Csm. Con Grillo e contro Conte ci sono diversi ex parlamentari, che per ora non si vogliono esporre, tranne il legale Lorenzo Borrè. «Il Movimento è un finto pieno», aveva detto Danilo Toninelli.
Loro sanno come e quando si è consumato il tradimento tra i due. È il 2021, Conte ai suoi collaboratori più stretti fa capire di voler lanciare l'Opa su M5s dopo aver perso Palazzo Chigi, anche per cancellare il limite ai due mandati e incassare gli odiati finanziamenti pubblici. Lo strumento sarà l'accordo sullo Statuto che ha magicamente fatto fuori Grillo come garante del Movimento, stracciando anche l'accordo economico, e il laboratorio politico Nova. Ed è proprio tra il 2021 e il 2022 che la storia si arricchisce di un nuovo protagonista: l'avvocato Guido Alpa. Secondo una fonte giudiziaria il mentore dell'ex premier nell'aprile del 2021 chiederebbe al telefono a un interlocutore la cui identità non ci è stata rivelata «una mano a organizzare il partito». C'è lui dietro il piano che ha spodestato il fondatore?
«Ci sono tre MoVimenti - ricorda un grillino della primissima ora - Quello nato nel 2009 con Gianroberto Casaleggio e il «non Statuto», che nel 2012 diventa l'associazione con sede a Genova, di cui Grillo vanta proprietà di nome e simbolo. Poi nel 2015 spunta la parola movimento5stelle.it, poi c'è quello nato a Roma nel 2017 e depositato
all'Ufficio italiano brevetti e marchi da Andrea Ciannavei - legale del M5S, presso il cui studio ha sede l'associazione del 2017 in Via Nomentana - a nome del titolare Luigi Di Maio il 22 gennaio 2018», un logo leggermente diverso dal simbolo, che l'avrebbe «in uso» su concessione di Grillo. Il quale in cambio ha rimosso il nome beppegrillo.it dal marchio, ufficialmente per lasciare spazio all'indicazione del premier in cambio di una consulenza. Colucci e Conte sono convinti che la battaglia del comico sia temeraria perché «il simbolo appartiene a una comunità, non a un padrone», forti di una scrittura privata stipulata tra 2021 e 2022 che impedirebbe a Grillo qualsiasi contestazione e persino di collaborare con altre associazioni, ma anche loro sanno che rischia di essere fondata. Non basta infatti la decisione del tribunale di Napoli che, sullo statuto impugnato, aveva dato ragione al Movimento.
Perché a Genova nell'aprile 2018 il tribunale aveva riconosciuto il pacifico diritto e la proprietà del simbolo a Grillo, concesso anche in uso gratuito all'Associazione Rousseau di Davide Casaleggio quando gestiva la piattaforma web M5s. Se Grillo si impossessasse del simbolo lo «metterebbe in una teca» per rovinare Conte e i «contini».