Ilaria Salis rischia di pagare due volte: per l’interruzione del rapporto coi suoi ex collaboratori e perché questi vogliono farle causa per diffamazione. In queste ore stanno affidando la pratica a un avvocato penalista. Andiamo con ordine.
Lei è in giubilo: la Corte d’Appello del Tribunale del Lavoro ha dichiarato la nullità del provvedimento di primo grado che a marzo l’aveva condannata al risarcimento complessivo di 300mila euro nei confronti dei due ex assistenti, Valentina Dadda e François Gelmetti. La compagna Salis paladina dei lavoratori, attaccandosi a un cavillo che però le è servito, lamentava di aver appreso dell’esistenza del processo solo dopo la sentenza di primo grado, sottolineando la mancata notifica dell’avvio del procedimento. L’ufficiale giudiziario non aveva trovato nessuno nell’abitazione milanese dove risultava residente l’eurodeputata di Avs (non c’era il nome sul campanello e non c’era una portineria a cui chiedere) e secondo i suoi avvocati, a cui l’Appello ha dato ragione, non era stata inviata correttamente una pec. Il processo ricomincerà daccapo, anche se la Salis esulta come se fosse stata assolta. «Aspettiamo le motivazioni», commentano Tiziana Laratta, Francesca Verdura e Sergio Romanotto, gli avvocati degli ex collaboratori, «comunque non abbiamo nessun problema ad affrontare la questione nel merito».
Sennonché, dicevamo, gli ex assistenti stanno per avviare un’ulteriore causa. Alla vigilia del processo - e il Giornale lunedì fuori dal tribunale ha provato vanamente a chiedere alla Salis un commento - l’europarlamentare ha pubblicato un video sui social in cui ha gettato discredito sui suoi ex assistenti dicendo, tra le altre cose, che «esercitavano pressioni psicologiche facendo leva sul supporto», riportiamo testualmente, «che mi avevano dato quando ero in carcere in Ungheria, e cercavano così di influenzare le mie scelte politiche e orientare l’utilizzo delle risorse a me affidate nel loro interesse personale». E ancora: «Collaboravano secondo modalità scelte da loro, cercavano di sfruttare il loro ruolo per condizionare il mio mandato». Compagni in Ungheria, quando serviva, e improvvisamente inetti e nemici tra il Belgio e l’Italia, quando ormai il prodigio della Bonelli&Fratoianni era sfuggita al processo ungherese. L’anarchica Salis, che manifesta sotto le bandiere che si rifanno al sanguinario Tito, fa la padrona. Durante le sue prigioni, a Budapest, ha scritto il libro Vipera, che in ungherese significa manganello, quello che secondo lei le avrebbero infilato nel marsupio i poliziotti. È accusata di aver gironzolato con la Banda del martello, ma la verità processuale non la sapremo mai perché per un voto è riuscita a tenersi l’immunità parlamentare. Anche allora ha esultato.
