Ranucci sapeva benissimo del sondaggio e ha anche fornito il proprio parere in più occasioni. Era il 20 aprile del 2026 quando Valter Lavitola chiedeva al conduttore di Report il suo indirizzo di posta elettronica per inviargli la bozza dei quesiti per il sondaggio scritto anche grazie all’aiuto del noto giornalista Paolo Mieli e di Stefano Cappellini, direttore ad interim di Repubblica: entrambi quando hanno contribuito alla stesura del progetto del futuro leader del campo largo non sapevano minimamente che si trattasse di un sondaggio per Ranucci. «Mi scrivi la tua mail, per piacere... Cappellini mi ha fatto una bozza di quesiti...
per il sondaggio... serve la tua integrazione», scriveva il faccendiere. Ma Ranucci suggeriva di non inviargli il documento lì, preferendo utilizzare un’altra modalità di comunicazione. Il Gip Iole Moricca è netto nel dire che «da questi messaggi si desume come il conduttore fosse stato convinto dall’amico a dare il proprio apporto al sondaggio che sarebbe servito a Lavitola per lanciare la candidatura di Ranucci alle prossime elezioni». Il giorno successivo, il 21 aprile, il faccendiere chiedeva a Ranucci di integrare le domande per poterle sottoporre alla società di sondaggi: «Buongiorno SIG. Ho aspettato Cappellini due settimane, perché doveva consegnare il libro entro domenica. Per piacere, tu potresti appena possibile integrare quelle ipotesi di domande da sottoporre alla società di sondaggi».
Il conduttore subito dopo rispondeva di aver visto le domande, ma che il documento andava integrato. Una persona che scrive «l’ho visto, ma va integrato», come fa a sostenere il 10 luglio del 2026 al Corriere della Sera che si tratti di «balle. Non ho mai voluto», rispondendo a una domanda sulla sua volontà o meno di entrare in politica.
E questo lo confermano tutta una serie di interlocuzioni sull’argomento. Infatti, in risposta a un messaggio del 7 giugno del 2026 in cui Lavitola tornava sull’argomento del sondaggio e della discesa in politica, Ranucci non sembrava certo schifare l’idea, avendo addirittura risposto indicando quali fossero le modifiche che riteneva più opportuno apportare: «Due punti da correggere o integrare, il punto 9 e punto 19», allegando gli screen rinvenibili nel documento con tutti i quesiti. Una modifica poi inoltrata a Cappellini che chiedeva a Lavitola di esplicitare il nome: «Ciao Valter, ma quando puoi fare il nome?». Ed è solo a quel punto che il faccendiere fa il nome di Ranucci, spiegando che avrebbe voluto renderlo noto solo dopo il sondaggio. Un elemento che denota l’estraneità dei giornalisti Paolo Mieli e Stefano Cappellini al progetto Ranucci Premier, tanto che il direttore di Repubblica risponde in modo scettico: «Per me è una follia, non ha chance di decollare». Ranucci 1 e Ranucci 2: quale delle due versioni del conduttore è reale? Quella che sposa il piano dell’amico, fornendo pareri e suggerimenti circa il suo ruolo come futuro candidato premier, o quella che ha propinato ai media italiani e ai suoi seguaci in cui si discosta totalmente dal disegno che, a suo dire, sarebbe stato messo in atto solo da Lavitola? Quest’ultimo voleva proteggerlo, blindarlo, assicurarsi che fosse popolare al punto giusto, tanto che a un mese dall’attentato avrebbe addirittura manifestato forte interesse per il rafforzamento delle misure di protezione del conduttore. È quanto emerge dall’ordinanza di custodia cautelare: Lavitola avrebbe espresso preoccupazione per la mancata assegnazione di una seconda auto di scorta, arrivando a scrivergli «ti prego, se non ti danno la seconda macchina, dammi il via libera per fare tutto il casino che mi viene in mente». Come se il Viminale e gli organi preposti non aspettassero altro che uno squillo del faccendiere.
E ancora: «Dammi retta, in qualsiasi momento tu sei esposto, devi avere una struttura di protezione fisica. Significa che quando tu arrivi in un luogo: a casa, alla Rai, un ristorante... devi avere una staffetta fatta da almeno quattro uomini, più i due della macchina di scorta che dopo aver fatto il sopralluogo ti fanno un cerchio di protezione». Come se la protezione personale fosse un qualcosa da esibire, in barba a chi, svolgendo quel lavoro, rischia la vita ogni giorno.
