Si ricomincia. Il campeggio ai bordi del bosco come campo base e poi domani e sabato si torna in battaglia. Traduerivi è un nome da vecchio western e loro, gli antagonisti, si sentono una tribù apache e sioux sul piede di guerra. Il tempo da queste parti si è rovesciato. La frazione stava qui da sempre, tra due rivi, un nome d’acqua più antico di ogni progetto, e solo dopo sono spuntate l’autostrada e i cantieri della ferrovia. Sulla via dell’Artigianato resiste solo la carcassa di un mobilificio, il Socomevar, l’insegna sbiadita che si legge ancora sulla parete verde, il totem con la scritta «arredamenti» e un adesivo «domenica aperto» incollato sopra come un cerotto su una ferita. È chiuso. Di fronte c’è l’autoporto, dove i tir che salgono al Fréjus sostano e ripartono, e la merce su gomma continua a passare mentre quella su rotaia è ancora un cantiere. Il lavoro qui è morto prima che arrivasse il treno, e non l’ha ucciso nessuno dei due eserciti. Poco più in là c’è la borgata vera, il porticato di legno, il crocifisso scuro appeso al muro con una cassetta della posta sotto, una chiesa piccola con il campanile di pietra e due megafoni accanto alla campana. Sull’unico spiazzo del paese non si muove niente tranne un gatto. Poi ricomincia lo sterrato del presidio, e lì la lingua cambia di colpo. Una fermata dell’autobus tappezzata di scritte, «No Tav» in viola, Free Gaza, e in francese «
tout le monde déteste». Un container dipinto per i bambini, il sole che ride, l’arcobaleno, la scritta il Sole in un baleno, i coniglietti che issano un cartello No Tav e una tartaruga che sventola la bandiera palestinese. Adesso è vuoto, sgomberato, con le cisterne bianche abbandonate nell’erba secca e un sacco nero che marcisce accanto a un secchio. Questa mattina, dalle dieci, tornano a montare le tende.
Il «campeggio della Piana» apre proprio oggi e passerà per Traduerivi, Coldimosso, Santa Petronilla e San Giuliano, i quattro vertici del quadrilatero che il movimento presidia da anni. Nel comunicato lo chiamano lotta e autogestione, ma scrivono anche che il monopolio della violenza dello Stato può essere messo in discussione per un pomeriggio o un’intera nottata, e dedicano la settimana ai due compagni tedeschi finiti alle Vallette dopo sabato. Chi devasta, aggiungono, sono gli operai di Telt e la polizia. L’anno scorso, in un campeggio identico e nello stesso punto, i ragazzi abbatterono le reti del cantiere e costrinsero gli agenti a ripararsi tra i camion dell’autoporto. Il calendario è sempre lo stesso: giovedì si montano le tende, venerdì o al massimo sabato si va in battaglia, perché il campo base non è un accampamento, è una centrale di smistamento. Ci arrivano tedeschi, francesi, belgi, spagnoli, inglesi, e il questore di Torino chiama tutto questo il laboratorio europeo della guerriglia urbana. Non è una definizione da comizio. In una relazione della Digos del 2022, dentro l’inchiesta su Askatasuna, si legge che gli antagonisti usano tecniche di guerriglia mutuate da altri territori di conflitto bellico, e il documento fa il nome del Kurdistan, adattate al particolare contesto boschivo. Nello stesso fascicolo lo «sparapatate», che per anni era stato un mistero per gli investigatori, viene equiparato a un’arma letale, e c’è la ricetta del tubo bomba appresa, spiega un indagato ai compagni, in Nicaragua. Aggiungete i flessibili per tagliare le reti, i mortai artigianali, gli ombrelli aperti per accecare i droni. Non è furia, è manuale. Le regole del gioco le conosce bene Pietro Di Lorenzo che in Val di Susa ha «combattuto», nel nome dello Stato, già nel 2010 e adesso è il segretario provinciale del Siap di Torino e non ha mai smesso di gridare il suo allarme: «Il campeggio permanente in valle è una base operativa per l’eversione e la lotta violenta contro lo Stato. I presidi vanno smantellati». Fatica ancora a farsi ascoltare. È lui che racconta cosa c’è dietro gli incappucciati.
È qui che il bosco smette di essere paesaggio e diventa dottrina. Il bosco annulla il vantaggio dello Stato, che sa presidiare una piazza ma non un versante. Sabato gli incappucciati si sono staccati dal corteo e hanno camminato tra gli alberi per non farsi intercettare, esattamente come a dicembre, quando un centinaio di loro fece venti chilometri sui sentieri per arrivare a Chiomonte. Qui ti spuntano da tutti i sentieri, alle spalle, e gli agenti sono carne da macello. Il bosco è anche il luogo dove nessuno ha un volto. Il passamontagna è il bosco fatto stoffa. Il partigiano nel bosco ci saliva per poi scendere, aveva una data, un dopo, un paese da governare. Questo bosco non prevede la discesa.
La teoria, del resto, l’hanno scritta loro. Non esistono lotte locali, sostiene da anni l’area di Askatasuna, e la valle è il posto dove studenti, operai, ambientalisti, comitati di mezza Europa vengono a cercare quello che chiamano una potenza, ancorata a un territorio inteso come incontro tra il suolo e gli umani che lo abitano. Da questa idea discende tutto il resto. A San Giuliano una casa espropriata è diventata un fortino con «NO TAV» dipinto sulle tegole del tetto, leggibile dal treno, le finestre schermate da reti antisfondamento, gli striscioni ai balconi. Su un telo, a caratteri neri, la parola vendetta e il nome di Fakir, l’uomo morto al Pilastro di Bologna dieci giorni fa. Da una periferia all’altra il mantra è identico, e non è illazione: è scritto sul muro. A Venaus, dietro una rete, un muretto dice che chi cade nel fuoco della lotta non muore mai, ciao Sara e Sandro. È la liturgia partigiana applicata ai propri morti, con la A cerchiata al posto della stella. Il logo ufficiale del Festival dell’Alta Felicità mostra un omino col pugno alzato che scaraventa un treno giù dalla montagna. Il cartello del parcheggio ha le indicazioni per le navette scritte a pennarello su nastro azzurro da imbianchino. Sotto un albero c’è un’amaca. In un bar di via Balbo tre No Tav in infradito, con il tatuaggio di un sole sulla spalla, lo stesso sole del container dei bambini. Il sole che ricorda Maria Soledad Rosas, e Edoardo Massari, detto Baleno, «santi e martiri» di questo anarchismo. Ci siamo guardati senza dirci niente. Una ragazza dorme accanto al guard rail con il telefono a portata di mano. Sembra la Sierra Maestra con le ciabatte, il mito eterno della rivoluzione ridotto a vacanza militante. Il costo però non lo paga chi dorme nell’amaca. Lo pagano i centoventi agenti feriti di sabato, il milione di euro di danni, i due tedeschi, vicini ad Askatasuna, che invece del volo di ritorno hanno preso la cella. Il bosco è di chi passa, e passando non lascia il nome. Il paese è di chi resta, e il nome ce l’ha scritto sulla porta.
