C’è qualcosa di profondamente ingiusto nell’idea che martedì una sentenza della Cassazione possa spalancare le porte del carcere a cinque poliziotti, fra cui il prefetto Renato Cortese. Proprio a lui, all’uomo che per una vita ha inseguito mafiosi, assassini e latitanti, che ha messo le manette a Giovanni Brusca, il boia di Giovanni Falcone, a Pietro Aglieri il boss corleonese degli affari fino a Bernardo Provenzano dopo 43 anni di fuga e poi a centinaia di ‘ndranghetisti e criminali romani. Cortese, come gli altri imputati, hanno fatto della lotta alla criminalità la ragione della propria esistenza professionale. Eppure, siamo qui. Martedì resteranno tutti appesi a quel verdetto. Cortese e gli altri poliziotti, ma anche chi conosce le carte di questa vicenda e la loro storia al servizio dello Stato. Perché l’idea che uomini che hanno mandato in carcere mafiosi e assassini possano finirci loro, per un’operazione di polizia trasparente, è difficile persino da concepire.
Perché il paradosso è tutto qui: tredici anni fa Cortese e i suoi uomini cercavano un latitante internazionale, Mukhtar Ablyazov. Trovarono invece sua moglie, Alma Shalabayeva, che si presentò con un’altra identità e un passaporto ritenuto falso. Non dichiarando la vera identità, venne considerata irregolarmente presente sul nostro territorio. Seguì una procedura di espulsione, con il successivo rimpatrio in Kazakistan. Un provvedimento amministrativo, sottoposto ai controlli previsti dalla legge.
Ed è qui che comincia il paradosso. I poliziotti che erano entrati in quella villa per cercare un latitante si ritrovano accusati di aver sequestrato sua moglie. Da allora sono trascorsi tredici anni, nei quali la giustizia ha pronunciato verdetti opposti: prima la condanna,
poi l’assoluzione della Corte d’appello di Perugia perché «il fatto non sussiste», quindi l’annullamento di quella assoluzione da parte della Cassazione e infine una nuova condanna a Firenze. Quest’ultima pronunciata dopo che il procuratore generale aveva chiesto di assolvere gli imputati. E ora, ancora la Cassazione. Con il rischio che una condanna definitiva apra per Cortese e i suoi colleghi le porte del carcere.
Per comprendere questa storia bisogna tornare a ciò che i poliziotti sapevano quando agirono. Nel maggio 2013 Ablyazov era ricercato per fatti gravissimi attraverso i circuiti dell’Interpol su richiesta di Kazakistan, Russia e Ucraina.
Esiste una lettera firmata da Ronald K. Noble, allora segretario generale dell’Interpol in cui spiega che lo status di rifugiato riconosciuto ad Ablyazov dal Regno Unito non risultava all’epoca nelle banche dati. Dunque, gli investigatori italiani non potevano conoscerlo consultando quei circuiti. Per loro Ablyazov era ricercato ai fini dell’arresto. Due mesi dopo il blitz romano, infatti, verrà bloccato dalla polizia francese vicino a Nizza. E trascorrerà molti mesi in carcere.
Adesso, alla vigilia dell’udienza in Cassazione, arriva una presa di posizione dell’Associazione nazionale funzionari di polizia che ha scritto ai ministri Matteo Piantedosi e Carlo Nordio e ai presidenti delle commissioni parlamentari competenti. In questa lettera viene sollevata una questione: un funzionario pubblico deve rispondere delle proprie decisioni sulla base delle informazioni che possedeva quando agì, non di quelle conosciute successivamente.
L’associazione introduce un’espressione provocatoria: «reato di adempimento». Il rischio che un atto compiuto confidando nella legittimità delle procedure
e nelle informazioni ricevute dalle istituzioni venga successivamente trasformato in una condotta penalmente dolosa.
Naturalmente nessuna divisa garantisce immunità. E nessuno può pretendere di essere assolto perché ha arrestato Provenzano. Il problema è un altro: dimostrare la responsabilità personale, distinguere un eventuale errore amministrativo dalla volontà di commettere un sequestro di persona.
Le sentenze si rispettano. Ma rispettarle non significa rinunciare a discuterle. Tanto più quando sulla stessa vicenda i giudici hanno espresso valutazioni diverse. Il dubbio, in questo caso, non è stato fabbricato dai giornali. È entrato nelle aule giudiziarie attraverso le sentenze e le conclusioni dei magistrati.
Martedì il prefetto Cortese, con i suoi colleghi: Maurizio Improta, Francesco Stampacchia, Luca Armeni e Vincenzo Tramma attenderanno il verdetto. E con loro anche chi conosce questa storia e non riesce ad accettare che siano serviti tredici anni prima di arrivare a una decisione definitiva.
Resta però una questione che nessuna sentenza potrà cancellare. Tredici anni non sono soltanto la durata di un processo. Sono una parte di vita consumata nell’attesa, una carriera e una reputazione esposte a verdetti opposti. Una pena che comincia molto prima di una condanna definitiva.
Cortese ha trascorso la vita a cercare uomini che fuggivano dalla giustizia. Da tredici anni non fugge da nulla. Aspetta che la giustizia decida di lui. E adesso potrebbe essere quello stesso Stato che gli affidò la caccia ai latitanti a privarlo della libertà. Vogliamo sperare che tutto ciò non accada.
