Non è solo una protesta. È un caso che divide, radicalizza, infiamma la città. Mohamed Mahmoud Ebrahim Shahin, Imam della moschea di via Saluzzo, si trova oggi nel Cpr di Caltanissetta dopo che la Corte d'Appello di Torino ha confermato il suo trattenimento e la sua espulsione dall'Italia. Fuori, cortei, accuse di persecuzione, slogan contro lo Stato. Dentro, documenti giudiziari che raccontano una realtà molto diversa, fondata su valutazioni di sicurezza e atti formali.
Durante lo sciopero generale di ieri, uno spezzone di manifestanti ha assaltato la sede torinese della Stampa (nella foto sopra), lanciando letame e forzando un ingresso al grido di «Free Shahin» e «Giornalisti complici». Ma la vera notizia è nei documenti della Corte d'Appello di Torino che confermano l'espulsione, documenti di cui Il Giornale è in possesso.
Secondo le carte Shahin è stato espulso perché «ritenuto pericoloso per la sicurezza dello Stato», avendo intrapreso un «percorso di radicalizzazione religiosa
connotata da spiccata ideologia antisemita» ed essendo «in contatto con soggetti noti per la loro visione fondamentalista e violenta dell'Islam». La Corte parla di «quadro indiziario grave, preciso e concordante» e di «profilo incompatibile con la permanenza sul territorio nazionale», richiamando valutazioni basate su informative delle forze di polizia e atti riservati.
Le carte riportano episodi concreti legati alla frequentazione nel tempo tra l'imam alcuni terroristi: nel 2012 Shahin viene fermato a Imperia insieme a Giuliano Ibrahim Del Nievo, poi partito per la Siria per unirsi a gruppi jihadisti e morto in combattimento. Nel 2018 un altro caso: nell'indagine su Elmahdi Halili, condannato per apologia di terrorismo, un'intercettazione indica Shahin come referente religioso a Torino. Per i giudici si tratta di «elementi non episodici ma sintomatici di un contesto relazionale allarmante».
Decisive anche le dichiarazioni pubbliche che Shahin ha affermato alla manifestazione pro Pal. Lo scorso 9 ottobre asseriva davanti a una platea numerosissima: «sono d'accordo con quello che è successo il 7 ottobre», precisando che «quello che è successo il 7 ottobre 2023 non è una violenza»
e richiamando la «resistenza dei terroristi di Hamas». La Corte evidenzia che tali parole «legittimano e giustificano condotte terroristiche» e diffondono «un messaggio idoneo a generare tensioni, disordini e turbative dell'ordine pubblico».
I giudici sottolineano che «la libertà di manifestazione del pensiero incontra un limite invalicabile quando si traduce in pericolo concreto per la collettività» e che il ruolo pubblico dell'imam rende il messaggio «particolarmente incisivo e destabilizzante».
Contrariamente a quanto sostenuto nel ricorso dei difensori, la Corte ha stabilito che il provvedimento è «adeguatamente motivato», che «non sussistono i presupposti per misure alternative»
e che le eccezioni risultano »infondate e non accoglibili». La piazza urla al complotto. Ma i giudici scrivono nero su bianco: «la misura espulsiva risponde a imprescindibili esigenze di tutela della sicurezza nazionale».